Qualunque cosa sogni d’intraprendere, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia. (Goethe)

 

Ragazzi, che cosa ci aspetta?

L’altro giorno andando a prendere il giornale (genere di prima necessità) mi sono imbattuta in un cartellone pubblicitario che ha attirato la mia attenzione; vi era scritto: Konrad Mӓgi.

La luce del nord. Musei Reali di Torino 30/11/2019 – 08/03/2020. L’ennesimo segno che dall’inizio di marzo il tempo si è fermato, che la dinamica e travolgente società nella quale viviamo è in letargo e che risvegliarla dopo tanto sonno sarà difficile.

Chissà cosa avverrà quando si uscirà dal serrato lockdown e chissà in seguito, quando anche l’ultimo bar e l’ultima palestra saranno riaperti.

Quanto si prolungheranno gli strascichi del danno economico sul nostro paese e soprattutto quanto riusciremo a resistere noi ragazzi prima di volare all’estero in cerca di fortuna?

Dal 2017, 128 mila italiani sono emigrati all’estero e tra questi il 37,4% aveva tra i 18 e i 34 anni; ci si può chiedere se, con le nuvole nere sull’orizzonte lavorativo, la riapertura delle frontiere e il ritorno alla libera circolazione si accompagnerà ad un incremento del numero dei giovani italiani in esodo.

Per noi ragazzi infatti, il futuro sembra divertirsi a giocare ad acchiapparella; dallo scoppio della bolla finanziaria del 2008 abbiamo dovuto iniziare a correre più veloce per stargli dietro: una volta usciti dalla scuola primaria non possiamo più fermarci, se lo facciamo è a nostro rischio e pericolo, e con la consapevolezza di venir ritenuti dai più dei pazzi irresponsabili.

Il detto “Ognuno ha i suoi tempi” è ormai un tenue ricordo.

Anche ora che, come tutti, siamo costretti all’immobilità, seppur tra le mura di casa e con una pandemia in corso, non possiamo smettere di correre; il problema rimane sempre lo stesso: c’è qualcosa che ci aspetta alla fine di questa corsa?

Nessuno ha le facoltà per rispondere a questa domanda, men che meno il governo, ora più che mai impegnato su moltissimi altri fronti. Forse più che lo Stato ad aiutare i giovani, ora (e con ora si intende un periodo invero indeterminato) possiamo essere noi giovani ad aiutare lo Stato, avendo la forza di restare in un paese che quest’anno pagherà il lockdown con il crollo del PIL di 8 punti percentuali (il peggiore dal Dopoguerra), con il calo dei redditi del 5,7% e degli investimenti del 12,3%. E’ comunque un cane che si morde la coda: come facciamo a restare in Italia e cercare di salvarla se in Italia non sembra esserci posto per noi?

Secondo i dati ISTAT del 2019 era disoccupato il 33% dei giovani tra i 15 e i 24 anni e il 15,6% tra i 25 e i 34. Anche tra gli impiegati però, molti sono “sottoinquadrati”: già nel 2009 più di 2 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni svolgevano un lavoro non adeguato alla formazione scolastica ricevuta.

Il problema è che l’incertezza sul futuro è un sentimento diffuso bene o male in tutti i ragazzi, quale che sia la loro formazione; i più tranquilli, spiace dirlo, sono coloro che hanno studiato in vista di proseguire gli studi all’estero e di trovarci lavoro o chi ha un’attività familiare già avviata. Ma cosa succederà ora che anche molte attività ben avviate si trovano in difficoltà? Ora che anche molti giovani che prima del lockdown possedevano un lavoro l’hanno perduto?

L’altro giorno leggevo su La Repubblica, nella rubrica Invece Concita, il racconto di una studentessa universitaria di Roma la quale lamentava la scarsa attenzione che in questa emergenza si è riservata ai giovani. L’intervento, incentrato sul mondo universitario, si intitolava “Il ministro scomparso” e faceva presente il fatto che il ministro dell’università, il professor Gaetano Manfredi, si fosse mostrato ai telegiornali solo due volte, entrambe da pochi secondi l’una e senza interventi degni di nota. Il contributo della studentessa terminava con una domanda più che lecita: “Come facciamo a costruirci un futuro qui, dove non esistiamo?”. Questa studentessa di Roma non è l’unica a chiederselo; una mia amica qualche giorno fa mi diceva quanto la disorganizzazione endemica del suo corso di laurea (psicologia) si fosse accentuata in questo periodo di emergenza: niente, o quasi, lezioni online (slide caricate online nella migliore delle ipotesi), nessun esame telematico, nessuna risposta alle insistenti e-mail di centinaia di alunni praticamente abbandonati a se stessi. Questo sarebbe l’interesse che si ha nella formazione del “futuro dell’Italia”?

La democrazia funziona sulla base del cosiddetto principio maggioritario, forse per questo, in un paese in cui rappresentiamo un misero 20% della popolazione, non siamo ascoltati.

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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