“Quando ti alzi il mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amare”. (Marco Aurelio)

Fase 4 e oltre: un racconto. Parte seconda

Guardò il termometro aspettandosi il peggio: no la febbre non era salita, constatò, quasi con stupore.

Ogni tanto la carogna si ripresentava per depositare il mattone sul petto di Wanda. Lasciava passare qualche giorno, poi tornava a sferrare il suo attacco di sorpresa. Spesso di notte Wanda si doveva alzare per prendere un anti infiammatorio.

Alla Tv sceglievano programmi il meno possibile attinenti alla pandemia. Wanda si dedicava alle riviste di arredamento, la professione di tutta la vita. C’erano ancora parecchie cose da sistemare nell’arredamento della villetta; inoltre avevano rimesso mano, insieme, come prima del forzoso lockdown, ad un paio di progetti d’arredamento conto terzi che sarebbero stati realizzati successivamente. Andrà tutto bene, non c’era dubbio.

Mattia era un appassionato di golf. Il giorno stesso in cui avevano deciso di chiudere l’attività si era iscritto ad un corso regolare ed aveva conseguito il patentino. Naturalmente dotato per lo sport, aveva fatto progressi rapidamente, si era iscritto ad un club club e partecipava ai tornei per dilettanti a cui il circolo prendeva parte. Ora gli mancava tantissimo la sua nuova passione; con unpo’ d’ingegno era riuscito a realizzare un green con 3 buche nella proprietà, per esercitarsi. Le videochiamate al nipote erano l’altra fuga dal rischio di depressione:

Ciao Ale come va?”

Bene

Allora sarai contento, tra poco potrai uscire

Vero. Sì, però a scuola non devo andare e tutti gli amici li ho lì a scuola

Quindi?

Non so. Vuoi vedere che un giorno ci alziamo, mettiamo la testa fuori dalla porta e saremo lì a guardarci e ad annusare l’aria come dei topi e chiederci cosa facciamo adesso?

La seconda ondata non arrivò subito ma esplose molto virulenta. Quando stavano per ritornare in città si trovarono quindi con il dubbio di mesi prima: di nuovo con i rischi della città. Certezze per un rientro in sicurezza non ce n’erano; al momento non erano state messe in campo strategie per il contrasto del virus: farmaci, terapie di accompagnamento; un vaccino sembrava molto di là da venire. In tutto il mondo il solo riscontro mostrava la città come la fonte dei focolai di maggiore contagio.

Così continuarono a restare nel rifugio. Qualche puntata al mare, in giorni ed orari poco frequentati. Era possibile raggiungere i familiari che abitavano in Riviera. O fare un giro al circolo del golf.

Solo in autunno le condìzioni si presentarono favorevoli per il rientro.

Come sempre di fonte alle emergenze, i cittadini avevano reagito con impegno e intelligenza. La Fase 2 aveva messo in campo una serie di norme per poter convivere con il virus, molte delle quali avevano le loro logiche nelle raccomandazioni degli esperti. Su tutte, uno slogan  ”Ognuno protegge tutti”.

La Medicina aveva ormai messo a disposizione un arsenale di farmaci che, se non garantivano la guarigione, in moltissimi casi fornivano un ausilio significativo al decorso naturale. E una serie di dispositivi di protezione che andavano da caschi protettivi autoprodotti, a mascherine, lavabili e riutilizzabili grazie a filtri appositi.

Anche la Sanità pubblica si stava interrogando sulle proprie deficienze ed errori. Affidare la sanità territoriale al solo medico di base era stato l’errore fondamentale di quegli anni. La figura che rappresenta il riferimento frontale per il pubblico si era trasformato nel medico-farmacista, dispensatore di medicine, lasciando poi allo specialista, o, peggio all’ ospedale, la soluzione dei casi più seri. Non era così ai tempi delle mutue, quando il medico di famiglia definiva un percorso terapeutico, seguiva il paziente a casa e l’ambulatorio era un luogo in cui gli specialisti lavoravano porta a porta e si potevano consultare tra loro senza formalità.

Si trattava ora di proporre o riproporre un approccio sistemico alla diagnosi: ogni malanno può dipendere da varie cause che interessano diversi sistemi. Si stava prospettando così una forma di assistenza in cui il medico di base veniva affiancato da un team di specialisti che avrebbe potuto interagire in modo da evitare che il malato arrivasse all’ospedale, e ci arrivasse in condizioni critiche.

La nascente telemedicina aveva trovato un banco di prova nell’epidemia: le amministrazioni sanitarie locali avevano trovato nella formula del ricovero domiciliare assistito l’arma vincente per raggiungere il risultato di avere meno ricoveri. In corsia, una serie di robot, grazie a delle telecamere in alta definizione, erano ora grado di monitorare i parametri vitali dei pazienti, comunicando con paziente e medici a distanza.  Ma i vantaggi della tecnologia applicata alla medicina si affermavano anche nel trattamento a distanza di malattie croniche o di cure riabilitative.

Tornarono in città quando l’emergenza appariva rientrata. Come spesso accade nelle emergenze, nascevano nuove idee. Il virus stava cambiando anche altri aspetti della vita sociale.

Molte strade erano un cantiere aperto. Ai lati della carreggiata si stavano ampliando, o realizzando ex novo, piste ciclabili di grandi dimensioni. Si procedeva a senso unico per evitare incroci che avrebbero potuto portare le persone a contatti faccia a faccia ravvicinati. Bonus e benefici fiscali, insieme alle difficoltà ed i rischi nell’utilizzare i mezzi pubblici, avevano convinto i più giovani ad utilizzare i mezzi alternativi. Sulle piste, oltre alle biciclette scivolavano veloci monopattini a motore elettrico, segway, auto-bilanciati.

L’Amministrazione stava valutando soluzioni adottate in altri Paesi: piste autoilluminate, un tipo di asfalto arricchito di particelle luminofore che raccolgono l’energia solare e la restituiscono di notte. Semafori intelligenti controllavano il traffico; cartelli luminosi per dare indicazioni su eventuali ingorghi o sui tempi di percorrenza.

I supermercati si erano organizzati facendo ricorso alle prenotazioni e ad un controllo accessi automatizzato, tarato in base ai volumi dei locali. Applicazioni sullo smartphone permettevano di scegliere la finestra utilizzabile per fare la spesa in tempo reale.

Ma quello che aveva destato in loro più sorpresa erano alcuni locali pubblici. Dal soffitto di bar e ristoranti sbucavano dei grossi condotti che si protendevano fino all’altezza dei tavoli.

Wanda si infilò nel bar che erano soliti frequentare prima della fuga:

Scusi, avete installato un nuovo tipo di condizionatore?

Non è un condizionatore, è solo un aspiratore, serve per evacuare l’aria in modo continuo. Un presidio anti-virus”.

Il rilassamento dei requisiti di distanziamento fisico si era dimostrato infido. Troppi rischi di contagio.

Dopo un primo momento caratterizzato dal distanziamento fisico affidato al plexiglass, Alcuni  proprietari dei locali si erano affidati ad un sistema di ventilazione basato su potenti ventilatori, utilizzati generalmente per aspirazione fumi. Obiettivo, ridurre la concentrazione del virus.

Ma per voi è un costo aggiuntivo”.

Certamente, ma è il prezzo da pagare per poter lavorare tranquilli. E possiamo almeno in certi periodi sostituire i condizionatori. Inoltre forniamo un servizio all’ASL inviando i filtri per un controllo statistico sulla diffusione del virus. Ci auguriamo che non sarà necessario ancora per molto.

Ma per i proprietari di bar e ristoranti era in arrivo la lampadina che uccide virus e batteri. Una sorgente luminosa che utilizza frequenze luminose dello spettro visibile per sanificare ambienti e superfici senza tuttavia renderli sterili, agendo sui microorganismi ma senza inficiare la salute di uomini e animali.

La tradizionale genialità italiana si stava esprimendo in tutti i campi in cui era possibile fare ricorso alla tecnologia.

La scuola aveva ripreso a settembre con un programma di lezioni parte in presenza e parte in remoto. L’esperimento, non cercato, della “smart school” aveva portato uno sviluppo della nuova didattica. Un intenso lavoro che traeva vantaggio dall’esperienza del “lavoro agile” divenuto indispensabile per non bloccare del tutto l’attività produttiva: con l’enorme vantaggio di abbattere in modo decisivo il peso della burocrazie.

Il grande problema insoluto rimanevano i trasporti pubblici. Le restrizioni ancora in atto imponevano di raddoppiare la frequenza dei passaggi: conseguenza, raddoppio dei costi. Oltre ai benefici per l’acquisto di monopattini e le agevolazioni sul noleggio di auto, aveva destato molto interesse la possibilità di introdurre un mezzo presentato dalla Cina al Salone InnoTrans di Berlino. Alimentazione elettrica con generazione da pannelli solari, da utilizzare lungo uno dei corsi di grande comunicazione, capacità di carico doppia di quella di qualsiasi jumbo tram. Correva su piste tracciate ai lati della carreggiata su cui scorrono le auto. Una soluzione così geniale ed innovativa che poteva essere valutata in sostituzione di una metropolitana.

A inizio della primavera improvvisamente il virus era scomparso. Nascosto, silente, non c’era una spiegazione. Forse l’immunità di gregge, forse la diffusione dei medicinali; forse si era semplicemente spento perché, come si spiegava ai bambini:
Vedi, gli esseri viventi sopravvivono quando riescono a convivere fra loro. Anche i parassiti, anche i virus. Se invece sono troppo ingordi, finiscono per uccidere il loro ospite, ma poi muoiono anch’essi.
Una spiegazione affascinante, pur se categoricamente smentita da tutta la comunità scientifica, l’aveva data l’ultraottantenne premio Nobel Luc Montagnier: la natura non accetta qualsiasi trasformazione, e poiché il virus non era stato prodotto dalla natura ma dall’uomo, è la natura stessa che tende a sopprimere le mutazioni che più si allontanano dal virus originale, impedendogli quindi di replicarsi.
Chissà, forse il mostro si sarebbe ripresentato, ma intanto, nulla era più come prima.
Wanda diede un ultimo sguardo al rendering dell’appartamento in città che aveva disegnato all’epoca del “io resto a casa”.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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