“Lavora quando puoi e riposa quando devi”
Lailah Gifty Akita

Immigrazione ieri e oggi

Dalle cronache di questi giorni di inizio luglio rimbalza la fotografia di un migrante portato a braccia da un soccorritore. Molti hanno paragonato l’immagine a quello della Pietà di Michelangelo. Eppure non sembrano immagini diverse da quelle di sempre. Oggi come ieri. In apparenza.

“La nuova immigrazione italiana” è il Tema del n. 2/2019 della “Rivista delle Politiche Sociali*, in cui si descrivono le caratteristiche degli attuali flussi migratori, di cosa succede quando avvengono in un ambiente ostile e come le politiche securitarie, a livello nazionale e locale, alimentino nuove insicurezze.

Come è cambiata l’immigrazione i questi anni? Vale la pena fare un passo indietro, per confrontarci con ciò che avveniva agli inizi dei flussi migratori africani.

Khaled è un cittadino italiano di origine marocchina.

“Come sei arrivato in Italia?” Siamo a inizio anni ’90.

“Sono sbarcato a Genova, con regolare passaporto marocchino, insieme tre conoscenti connazionali. Gli inservienti controllano, ma mentre fanno passare gli altri, mi fermano. –Tu, di qua-. Piangevo. Mi hanno rimandato indietro”

Respinto? Perché?”

“Non lo so non l’ho mai saputo”

Ci riprova. Passa dalla Libia, dove trova lavoro per pagarsi il viaggio.

“Stavano bene, loro. Sì, c’era Gheddafi, ma c’era lavoro”

Arriva a Malta. Da Malta trovano un passaggio verso Siracusa, 500 dollari. Non bastavano, il traghettatore aveva accettato un anello come sovrapprezzo.

“Un barcone, un peschereccio lungo da qui a lì. C’erano marocchini e tunisini sul ponte, ma col mare mosso sono sbucati degli egiziani” 60 persone ammassate sotto coperta. “Con le onde alte fin sopra la nave urlavano terrorizzate”. A Malta avevano avuto notizia che una barca due giorni prima era naufragata, non si era più saputo nulla.

“Non avevi paura?”

“No io non vedevo niente, guardavo davanti”

“Ci fanno scendere con l’acqua fino alla gola: andate andate!”

Gli egiziani prendono l’autostrada e si allontanano. I Marocchini si gettano nel bosco. “Sopra arrivavano gli elicotteri” e arrivano alla stazione.

Da lì a Roma e poi Torino senza soldi. Sul treno i controllori chiedono il biglietto, poi chiamano la polizia.

Ho fatto il sordomuto. Fingevo di non capire (se mi avessero dato una sberla avrei risposto, eccome) mostravo solo il cartello con la scritta Torino. Decidono di lasciarmi andare.”

“A Torino prendo un taxi e mi faccio portare all’indirizzo che ho scritto su un biglietto. Uno zio esce e paga il taxi, 16.000 lire.”

“Perché sei venuto in Italia? Non c’era lavoro in Marocco? Eppure il Marocco non è un Paese povero”.

“Non c’è niente…niente”. Il tono della voce è cambiato.

Io arrivo dalle barakas: non c’è da mangiare. Mia mamma mi dà 50 centesimi, va a comprare…(si commuove) un etto…neanche un etto di pollo…Vedi questo Paese mi ha dato tutto. Grazie a Dio. Il mio Paese mi ha cacciato via, vattene, qui non c’è niente per te. Se io muoio in mare…un marocchino…Ora è questo il mio Paese, la casa mia è qua. Se c’è una guerra e il governo mi chiama io combatto con l’Italia. Il Marocco mi ha fatto nascere e basta. Chi è la tua mamma, quella che ti partorisce o quella che ti cresce? L’ Italia mi ha cresciuto. Tanti, tanti come me ci sono in Marocco, l’80 per cento. Lì non puoi dire niente, non puoi fare niente. I giovani chiedono l’università protestano e rischiano la galera. Non ti fanno studiare.

E mi dà fastidio, mi dà fastidio quando gente che è arrivata qua in Italia comincia a parlar male dell’Italia. Allora perché sei venuto? Mi viene da dire. Il Marocco è il Paese più ricco dell’Africa. Ci sono i fosfati, che si usano in agricoltura, persino cobalto. Si potrebbe vivere solo di queste esportazioni. Ma noi mangiamo solo sardine”.

Kahled comincia a lavorare, siamo nel ’91. Può permettersi un’escursione in America. Si procura un passaporto italiano che gli permette di avere il visto, comprandolo dalla mamma di un tossicodipendente: basta sostituire la foto, 300.000 lire. Un passaggio ad Amsterdam, un po’ di bagordi, con dei conoscenti, cercano di convincerlo a restare, lì c’è lavoro. Certo lo spaccio non lesina posti di lavoro.

Non è il caso. Arriva a Los Angeles. In aeroporto l’impiegata della dogana gli timbra il permesso di soggiorno dopo una serie di domande che lui non capisce e risposte che lei non è in grado di interpretare; il passaporto italiano è una garanzia. “E non c’era stato l’11 settembre”.

Prende un taxi e mostra al tassista un biglietto con l’indirizzo di un cugino “South Gate, Malison Avenue. 50 dollari”. Arriva ma la villetta è chiusa. Scoprirà che il cugino aveva divorziato. Ma intanto lascia un biglietto scritto in arabo appeso alla porta. Prende di nuovo un taxi e si fa portare all’aeroporto, 50 dollari. “Era l’unico posto che conoscevo”. “Chiedevo a tutti quelli che vedevo con la testa un po’ nera “arabo?arabo?”. Gli indicano un ristorante marocchino, prende un taxi, 50 dollari. Viene accolto bene, è un giovane alto, ben vestito, con dei soldi. Un tizio lo prende a ben volere, vuole portarlo con sé in Florida.

“Mi portano a ballare: pensa dopo tre giorni in un posto lontano migliaia di chilometri essere lì a ballare. Ti senti libero”.

Torna a cercare il cugino divorziato, ancora assente, lasciano un numero di telefono, ma stavolta con un appunto in inglese. Incontra il cugino, frequenta un gruppo di origine russa, una ragazza. Gli prospettano qualche opportunità di lavoro

“Avresti potuto fermarti”

“No, troppo lontano” troppo diverso dal suo mondo. Per non dare nell’occhio, il suo biglietto aereo era di andata e ritorno.

Prima di diventare cittadino modello fa ancora in tempo ad aiutare il fratello (uno di 8) ad entrare in Italia. Lo preleva a Nizza, pagando 500 euro ad “uno di lì”, salgono sul bus. Alla frontiera il fratello prende il passaporto di Khaled, Khaled usa la propria carta d’identità. Hanno la valigia piena di prodotto marocchini, ma il doganiere francese sembra non accorgersene. Sembra.

“Veniamo alla domanda: come vedi il fenomeno dell’immigrazione, all’epoca ed oggi?”

“Era gente brava, che non cercava il casino. Volevamo lavorare, fare un gruzzolo e tornare. Molti sono ritornati. Molti sono andati in Francia, Germania, Gran Bretagna. In Francia c’era un welfare più favorevole, se chiedevi la casa popolare, te la concedevano. Oggi anche da loro è diverso, sono più poveri.”

“Ma il reddito di cittadinanza?”

“Sì ma se hai 3, 4 figli? In Italia il lavoro non c’è più; cosa faccio? Rovino tutto? Sono cittadino italiano, ho il passaporto italiano, vado in Europa dove il lavoro lo trovo.”

“E’ così che si creano i nuovi poveri, come le banlieue parigine?”

“Non lì, non ci sono marocchini. Sono più dei neri provenienti da Paesi di lingua francese. Senegalesi. A Lione tunisini. A Parigi ci sono molti Algerini, frutto dei 150 anni di occupazione, ma sono integrati, vivono da occidentali.”

“E da noi, oggi?”

“Oggi vedo lo spaccio; ragazzini. Non rispettano gli altri, non vogliono l’integrazione. Vogliono fare soldi in fretta e cercano di sfruttare il sistema di assistenza. Molti sono neri, giovani magrebini. Ancora di recente abbiamo visto una rissa per un complimento a una ragazza: bottiglie raccolte dal bidone e spaccate per tirarle addosso”.

Il tema dell’esigenza di garantire il rispetto della legalità è già stato accennato in questo giornale*; ancora nel maggio scorso la Polizia è dovuta intervenire in occasione della maxi rissa tra extra comunitari, ma non solo, in Corso Giulio Cesare**.

Troppo facile fare semplificazioni. La “Rivista politiche sociali” citata traccia uno scenario ed una analisi di questo cambiamento nel decennio: dai motivi di lavoro si passa al ricongiungimento familiare, e ai rifugiati richiedenti asilo.  Ci si muove tuttavia in un “ambiente ostile”, sia come politiche di accoglienza -o di respingimento- verso i rifugiati e i richiedenti asilo, sia come politiche sociali degli enti locali, che delle trasformazioni nell’opinione pubblica sull’immigrazione e il ruolo svolto in questo dalle istituzioni e dai media. In particolare segnalo il saggio dal titolo Vengono per delinquere: logiche e cicli di criminalizzazione dell’immigrazione, dove si sottolinea come sia stata rappresentata in termini sempre più negativi l’immagine degli immigrati, soprattutto della componente più fragile: perfino i richiedenti asilo vengono presentati come criminali, falsi rifugiati, irregolari, terroristi, portatori di malattie. Di certo la Libia di Khaled non è quella di oggi.

La rivista, in occasione del suo esordio in Rete, mette a disposizione del pubblico le uscite del 2019 e la prima del 2020.

(https://www.ediesseonline.it/rps_news/promozione-rps-2020/)

Gianpaolo Nardi

gianpalon@vicini.to.it

 

*(http://www.vicini.to.it/vicini/2020/01/vivoin-in-aurora-e-barriera-di-milano-un-nuovo-portale-informativo/)

**(http://www.torinotoday.it/video/rissa-corso-giulio-cesare-3-maggio.html)

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