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Lailah Gifty Akita

La cultura in Piemonte: il 2019 e le sfide del Covid nel 2020

Nella consueta sede del Teatro Carignano è stato presentato anche quest’anno il bilancio della cultura piemontese, con il report “La cultura in Piemonte nel 2019. Dalla Relazione Annuale al Monitoraggio degli effetti del Covid-19”.

I dati sulla fruizione della cultura nel 2019 sono numeri confortanti, riportano una – se pur timida – crescita di pubblico per i musei e per le istituzioni culturali regionali. Ma il risultato è stato, purtroppo, impietosamente spazzato via dalla pandemia del Covid-19, con gli effetti registrati nel primo semestre 2020, riportati e ampiamente analizzati nella presentazione del report.

Luca Dal Pozzolo, direttore dell’Osservatorio Culturale del Piemonte, ha esposto un esaustivo intervento introduttivo focalizzato sui rilevanti effetti avvenuti sotto il segno della pandemia globale, enunciando come già nei primi sei mesi del 2020 il fenomeno che ci ha coinvolto abbia generato conseguenze importanti. Una sorta di catastrofe, di fronte alla quale troviamo una gamma di futuri possibili.

Nell’ultimo periodo l’Osservatorio Culturale ha somministrato un questionario a differenti operatori culturali, distribuito in tre diversi momenti (febbraio, marzo e aprile), raccogliendo l’impatto della pandemia sul sistema cultura, con i suoi effetti diretti.

Il primo dato più eclatante emerge dall’evidente riduzione degli incassi, dal cosiddetto “sbigliettamento”: il lockdown ha inevitabilmente inciso sull’accesso alle strutture e agli eventi culturali, generando un dato quantitativo importante, con ripercussioni a cascata nei vari comparti culturali. L’elemento numericamente negativo nei tre settori “core” della cultura – cinema, teatro e spettacolo dal vivo – registra una perdita che ammonta a una stima approssimativa di circa 50 milioni di euro.

A questi vanno poi ad aggiungersi i contratti annullati, le perdite relative all’organizzazione degli eventi culturali, le perdite delle industrie culturali e creative.

La stima complessiva dei danni diretti inflitti al sistema cultura, in definitiva, ammonta a una cifra da capogiro, superiore a 100 milioni di euro per il solo primo semestre dell’anno. Danni che – nelle previsioni 2020 – maturano un urto importante, che non sarà facile assorbire.

E non ci sono solo perdite economiche: anche per le biblioteche si osserva una drastica riduzione delle attività, con un calo dei prestiti importante (170.000 in meno), anche se con un incremento dei servizi online e del prestito digitale attraverso gli e-book.

Migliaia di spettacoli annullati, attività con le scuole interrotte, cancellate o rimandate: la riflessione stimolata dalle cifre negative è che la crisi impatta su un sistema culturale già fragile e con problemi strutturali precedenti al Covid-19. Uno di questi, tra i più importanti, è quello del comparto del lavoro e dei lavoratori: un sistema che annovera contratti diversi, con forme a vario titolo di impiego che ammontano a oltre il 33%, più del doppio che in qualsiasi altro settore. La fragilità dell’occupazione culturale è stata enfatizzata dalla crisi generata dalla pandemia, con lavoratori invisibili – non lavoratori in nero, ma professionisti “atipici” regolarmente inseriti nel mondo della cultura – che richiamano la necessità di una presa d’atto e di un intervento fattivo, fondamentale per un prossimo futuro di ripresa del settore.

Un altro fattore rilevante è dato dall’inflazione digitale, determinata dal facile, a volte impacciato, ricorso al web per le manifestazioni di presenza in lockdown o come comunicazione e marketing per attrarre visitatori, con una conseguente incertezza per la qualità dei prodotti offerti.

Si è innescato un interruttore secondo cui il web è interpretato non più soltanto come un sistema di comunicazione per attirare un pubblico in un luogo, ma può diventare anch’esso un luogo stesso di partecipazione. La speranza è che, finalmente, si giunga a un pieno superamento dell’antagonismo reale-virtuale, trasformando il luogo-web in una forma dotata di una sua specifica identità.

Un altro argomento di riflessione portato nell’intervento è la drastica riduzione del numero di partecipanti nell’accesso alla gran parte dei luoghi della cultura, come cinema, teatri, luoghi di spettacolo dal vivo, effetto della distanza di sicurezza imposta dalle norme di prevenzione del Covid-19.

Un esito che ha ripercussioni non solo di ordine economico, ma anche sociale. Emergono dubbi importanti, che non possono essere trascurati: che dialogo proporre al pubblico? Chi avrà il privilegio di partecipare rispetto ad altri? Verrà garantita la democrazia di accesso culturale?

Come afferma Luca Dal Pozzolo: «Pensare a un pubblico più che dimezzato, non significa un automatismo nel chiedere più soldi allo Stato per ripianare le perdite, indipendentemente dalla natura dell’organizzazione, ma implica trovare un altro modello di sostenibilità, economica, sociale e culturale e ripensare completamente la propria missione. Il pubblico nelle sale non significa solo euro nelle biglietterie, ma è anche l’indicatore di come le risorse – e specie quelle pubbliche – vengano distribuite nel corpo sociale. La conquista del più vasto pubblico possibile è un compito etico delle istituzioni, oltre a essere l’indicatore dell’efficacia della distribuzione delle risorse pubbliche nella società. Un’offerta culturale costretta entro dimensioni di pubblico ridotte al limite dell’elitario, deve necessariamente pensare a un diverso modo di diffondere la propria produzione culturale, se vuole mantenere margini di legittimazione sociale per la propria spesa e per la quota di parte pubblica».

Il dilemma esige una chiarezza che dipani la confusione: la perdita economica e i deficit di bilancio determinati dalla pandemia sono cosa ben diversa dall’impatto che può avere sulla società e sulle persone, sono problemi indubbiamente collegati, ma differenti, che impongono un’attenta analisi differenziale.

La conclusione è che staremo a vedere come la realtà evolverà, ma dovessero restare applicati questi parametri, è evidente come l’accesso alla cultura rischi di diventare un privilegio per pochi, con un serio problema di democrazia culturale.

Tutto ciò comporta grandissime sfide per il futuro. Intanto, alla fine di questo periodo di lockdown c’è il grave problema di superare il danno economico, di uscire dalla crisi, ma anche quello, più importante, di investire, innovare, progettare oltre il presente, con risorse che siano utili per la ripresa, ma anche per il superamento di quelle carenze strutturali che ci siamo portati dietro.

Le istituzioni dovranno rivolgersi a un pubblico più ampio, allargato, che travalichi il concetto di “reale”: il tema della presenza fisica agli eventi non si pone più come in passato, col debito di ossigeno per la capacità di accoglienza: il digitale potrebbe essere una strategia, ma è una strada che richiede investimenti, nuove idee, nuove competenze e, soprattutto, creatività.

La creatività, infatti, diventa la parola d’ordine, si pone al centro della ripresa, afferma Dal Pozzolo, al servizio di un recupero che trova un punto efficace di equilibrio tra le restrizioni imposte dalla pandemia e l’accessibilità garantita al pubblico nei luoghi della socialità che il comparto culturale contempla.

Inventarsi una via di uscita, recuperare una nuova dimensione di servizio culturale: questa la nuova sfida post Covid-19.

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

 

 

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