“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.” SANT’AGOSTINO

L’opera. Come nasce?

L’Italia è un Paese di melodrammatici per eccellenza, sì, ma in tutti i sensi: l’opera in musica, spettacolo dalla forte impronta aggregatrice, ha sempre rivestito un posto di rilievo all’interno del settore della cultura italiana. Il favore del pubblico non si è spento nemmeno in un momento così drammatico e, anzi, i social si trovano oberati di conferenze musicologiche in diretta streaming che tengono allenati i cervelli e vive le attese sulla stagione.

In questo marasma di informazioni, occorre forse fare un passo indietro e cercare risposte sulla nascita di un genere così vario e percorso, orgoglio nostrano per eccellenza e banco di prova per molti tra i più grandi compositori di ogni età.

Nel Dialogo della musica antica et della moderna (1581) il teorico fiorentino Vincenzo Galilei (padre di Galileo) contrappose il Medioevo, epoca di barbarie che non a caso aveva dato genesi alla polifonia, all’antica Grecia, modello di ogni civiltà perfettamente espressa dalla sua musica monodica (una forma più naturale, intellegibile ed emotiva).

Le opinioni di Galilei erano condivise dal gruppo di giovani intellettuali della camerata fiorentina de’ Bardi, un gruppo informale che annoverava tra i suoi partecipanti anche il cantante e compositore Giulio Caccini e i poeti Ottavio Rinuccini e Giovan Battista Guarini: per il conte Giovanni de’ Bardi Galilei mise in musica il Lamento del conte Ugolino per voce e accompagnamento di viole e alcuni testi liturgici della Settimana Santa (le Lamentazioni e i Responsori), mentre Caccini compose alcuni madrigali monodici che verranno inclusi nel volume Le nuove musiche (1602).

L’eredità di tali discussioni fu raccolta e sviluppata dalla camerata fiorentina di Jacopo Corsi, di cui faceva parte (oltre agli stessi Galilei e Rinuccini) anche Jacopo Peri, rivale di Caccini: il gruppo si propose di mettere in pratica le ricerche che in casa Bardi ritenevano di aver raggiunto, cioè che nell’antica Grecia le tragedie fossero interamente cantate (falso) e che per riprodurre i medesimi effetti si dovesse coniare un nuovo tipo di emissione vocale a metà tra canto e recitazione (“recitar cantando”). Corsi finanziò e ospitò nel 1598 la prima rappresentazione pubblica di quella che fu forse la prima opera in musica: Dafne, pastorale drammatica su testo di Rinuccini e musica di Peri e Corsi (perduta).

Il 6 ottobre 1600, in occasione delle nozze tra Maria de’ Medici ed Enrico IV (re di Francia), fu rappresentata a Firenze la prima opera in musica a noi tramandata: Euridice, su testo di Rinuccini e musica di Peri e Caccini; nacque così un nuovo genere musicale destinato a durare per sempre.

Peri musicò la maggior parte del testo e impersonò la parte del protagonista maschile (Orfeo), Caccini compose invece la musica per i ruoli affidati ai suoi allievi. Ingelosito dal prestigio dell’opera del rivale, Caccini si affrettò (appena la settimana seguente) a comporre e dare alle stampe una nuova versione del medesimo testo: Euridice posta in musica in stile rappresentativo da Giulio Caccini detto Romano, che però non venne rappresentata.

La vicenda mitica è articolata in cinque episodi, preceduti da un prologo a solo di sette strofe: Euridice entra in scena in occasione dei suoi festeggiamenti nuziali; fa il suo ingresso Orfeo e Dafne annuncia la morte di Euridice, morsa da un aspide; Arcetro, amico degli sposi, riferisce che Venere ha suggerito ad Orfeo di scendere nell’Ade per tentare di strappare Euridice alla morte e il coro ringrazia; Orfeo, con l’aiuto del suo canto e di alcune divinità, persuade Plutone e gli spiriti infernali celebrano in coro il coraggio umano; un messaggero annuncia il ritorno di Orfeo ed Euridice, seguito da canti, danze e cori.

Mancano notizie di ulteriori allestimenti operistici a Firenze per tutta la prima metà del Seicento (nella corte medicea gli spettacoli di maggior richiamo erano le commedie recitate): provvidenziale fu perciò la rappresentazione dell’Orfeo di Monteverdi, forse presso la Galleria dei Fiumi del palazzo ducale di Mantova, davanti a un pubblico ristretto e colto.

Ma come si sviluppa questo neonato linguaggio? Come nascono i teatri all’italiana? Il teatro può essere impresa? Seguitemi in questo breve viaggio e troverete risposa nel prossimo articolo che pubblicheremo a breve!

Matteo Gentile

matteog@vicini.to.it

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