“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Riapertura delle scuole: intervista alla professoressa di un Liceo Scientifico

Riportiamo di seguito l’intervista a una professoressa di un Liceo Scientifico di Torino.

L’intervista è stata compiuta in due fasi: una prima la scorsa settimana nella quale ci è stato spiegato come è partita la scuola a settembre e la sua organizzazione fino al decreto ministeriale del 24 ottobre; una seconda questa settimana, per vedere in che modo gli istituti superiori si sono organizzati potendo accogliere a scuola solo il 25% degli alunni.

Prima fase

Come è iniziata la didattica a settembre nel vostro liceo?

Fino a questa settimana, i ragazzi sono venuti tutti in presenza: dalla prima alla quinta tranne le classi in quarantena che sono contattate tramite la didattica integrata a distanza. Per queste classi, noi andiamo nella loro aula e ci colleghiamo con i ragazzi che invece sono a casa. Dalla prossima settimana, per l’ordinanza del governatore Cirio, il collegio docente e la preside hanno deciso di scaglionare le classi: verranno a scuola le prime, le seconde e le terze mentre la settimana dopo verranno a scuola quarte e quinte tenendo però sempre le prime in presenza. Questo durerà fino al 13 novembre.

Come ha funzionato fino ad adesso questo tipo di didattica?

E’ andata abbastanza bene. L’unica cosa è che abbiamo gli orari scaglionati: un primo gruppo di classi entrava alle 8:10, un altro alle 8:00 e di conseguenza anche l’uscita avviene per alcuni alle 14:00, per altri alle 14:10 e così via. Per questo motivo anche gli intervalli vengono fatti scaglionati e ovviamente è un po’ confusionario: sono i ragazzi a dirti quando devono fare l’intervallo perché il nostro orario di insegnanti è tarato sul loro; io magari ho l’ora teorica dalle 9 alle 10 ma in realtà durante la mia lezione devono fare un quarto d’ora di intervallo e quindi glielo devo lasciar fare.

Qual è la difficoltà principale che ha riscontrato come insegnante all’inizio di quest’anno?

Per le classi che fanno lezione da casa, sicuramente la mancanza del rapporto umano che porta i ragazzi a fare anche meno domande; la lezione in classe è molto più interattiva: vengono alla lavagna, fanno domande, ti fanno vedere i compiti: è tutto diverso.
L’altra criticità è che io, insegnando chimica, ho dovuto attrezzarmi e comprare un i-pad con la penna perché è più difficoltoso usare la lavagna: girare la telecamerina verso la lavagna con una risoluzione molto bassa non è l’ottimo.

Sono tante le classi che al momento sono in quarantena e quindi fanno solo didattica a distanza?

No, non sono tantissime ma ci sono. La quarantena poi dura 14 giorni, quindi basta che ci siano due classi in quarantena e devi attrezzarti per parecchie ore a distanza.

Qual è l’iter per mettere una classe in quarantena?

Da noi il preside, non appena ha il riscontro di un positivo, prende l’iniziativa e invita a tenere i ragazzi a casa; poi ovviamente avrà consultato l’asl e continuerà a farlo.

Ha detto che insegna chimica. Come funziona per le aule comuni? Ad esempio il laboratorio di scienze può essere utilizzato?

No, il laboratorio per adesso non può essere usato. Ci si può attrezzare e portare qualcosa sulla cattedra ma è un laboratorio sui generis perché dovrebbero essere i ragazzi a farlo. Possiamo far vedere dei filmati relativi all’attività di laboratorio ma non ha la stessa valenza.

Vale la stessa cosa per la palestra?

Sì, anche le palestre non sono ancora state riaperte perché c’erano ancora dei problemi contingenti da risolvere. L’insegnante in classe porta aventi la lezione come può.

Le sembra efficiente l‘organizzazione della scuola?

Sì. Le postazioni sono igienizzate, abbiamo il gel per sanificarci le mani, i ragazzi quando entrano ed escono al 90% lo fanno. Poi noi controlliamo il foglio su cui segnano la temperatura e se non ce l’hanno devono scendere nell’atrio dove c’è il misuratore di temperatura a muro. Anche durante gli intervalli stiamo con loro e cerchiamo di tenerli a distanza: quando lo passiamo in classe stanno al loro banco, se invece la giornata lo permette, scendiamo in cortile e li facciamo stare a distanza. Loro sono collaborativi: ad esempio durante la mia ora teniamo tutti, sia io che loro, la mascherina. Hanno capito che ce la stiamo mettendo tutta e anche loro cercano di dare il loro contributo.

Ha notato delle difficoltà particolari, delle problematiche che sono emerse?

E’ chiaro che non è più come una volta: devono stare distanziati quindi anche le chiacchiere durante l’intervallo non possono più farle come prima. Non c’è più un clima sereno come quello degli anni passati; io li vedo abbastanza tranquilli ma è chiaro che l’aspetto comunitario basilare per la scuola è venuto un po’ meno, ma per forza, loro lo sanno: hanno capito che non è una nostra idea per punirli ma che lo si fa per scongiurare il rischio di una quarantena. Poi come si comportano al di fuori della scuola, bisogna vedere: noi abbiamo detto di usufruire della piattaforma Meet d’Istituto anche per fare i compiti insieme invece che trovarsi a casa di uno o dell’altro.

Ha riscontrato un cambiamento nel rapporto tra insegnante e alunno?

Per forza. Prima ci si trovava anche nell’intervallo con i ragazzi più grandi magari e si parlava, vi era un rapporto più confidenziale diciamo, mentre ora è più formale non potendoci avvicinare: se un ragazzo ha un problema sicuramente non me lo ulula dall’ultimo banco.

Come procede invece la didattica? Sta risentendo delle nuove norme?

Noi abbiamo fatto delle riunioni di dipartimento il cui obiettivo era proprio lavorare sui concetti fondamentali delle discipline. E’ ovvio che anche la didattica a distanza vada più a rilento con il collegamento, l’appello, le varie problematiche tecniche e gli intervalli che sono sparsi nelle diverse ore senza che ce ne sia uno canonico. Già all’inizio abbiamo capito che sarebbe stato un anno faticoso perciò abbiamo stabilito di lavorare sui nuclei fondanti delle diverse discipline: abbiamo dovuto sfrondare le cose non indispensabili per poi magari approfondirle e riprenderle quando ce ne sarà il tempo.

In generale cosa ha notato funzionare bene e cosa invece necessità di migliorie?

In generale direi che funziona bene per il momento l’organizzazione e anche i ragazzi sono collaborativi. Il limite è che anche loro non sono sereni: sanno che se si sentono poco bene devono almeno chiedere di uscire dall’aula e andare a misurare la temperatura. Sono stressati da questa situazione: appena al mattino hanno un po’ di mal di testa stanno a casa per paura di essere rimandati a casa o di contagiare i compagni, anche se magari hanno davvero solo un mal di testa. Anche loro quindi non sono sereni ma non perché la scuola non li rassereni perché secondo me la scuola è sicura, molto più di un supermercato o di una partita di calcio.

Questo porta a una discontinuità dal punto di vista didattico?

Un po’ sì perché è chiaro che se un giorno ci sono due o tre assenti, il giorno dopo chiedono un riscontro su quello che è stato fatto il giorno precedente.

I ragazzi che hanno fatto la didattica a distanza perché in quarantena, vi hanno fatto presente delle problematiche?

No perché sono già abbastanza abituati. Dato che l’anno scorso dal 9/10 marzo abbiamo adottato una didattica a distanza. Il problema può riguardare il fatto che l’anno scorso, da casa, tutti quanti usavano la propria connessione e quindi anche la risoluzione era migliore mentre da scuola noi insegnanti usiamo un Wi-Fi a cui si attaccano tantissime classi. Io ho solo classi dalla seconda alla quinta quindi non so se i ragazzini di prima abbiano avuto dei problemi.

La scuola quindi rispetta tutte le norme anti-covid: secondo lei in questo senso in che misura potrebbe aiutare chiudere le scuole o tornare ad utilizzare più largamente la didattica a distanza?

Semplicemente perché noi siamo sempre l’ultima ruota del carro e dal momento che il problema non è la sicurezza a scuola ma la sicurezza sugli autobus e il fatto che i tamponi non vengano processati con abbastanza velocità perché ce ne sono molti da vagliare, è chiaro che si fa prima a chiudere le scuole. Il problema però non è che le norme anti-covid non vengono rispettate a scuola ma che le problematiche sono esterne e tutto ciò fa si che le scuole siano sotto pressione e da fuori abbiano paura che il contagio si diffonda e anche dalla scuola chiedano i tamponi. Certo che per evitare un sovraffollamento di ragazzi sugli autobus e un aumento a dismisura della richiesta di tamponi, è più comodo chiudere le scuole. Casi di contagio a livello scolastico per adesso non ne abbiamo: i ragazzi ti dicono esplicitamente che il loro compagno di calcetto era positivo o cose del genere. La scuola non è un luogo appestato e se chiude non lo fa di certo perché non è sicuro.

 

Seconda fase

Come avete organizzato la didattica dopo le indicazioni del decreto ministeriale del 24 ottobre?

Ogni giorno della settimana viene a scuola una classe (prime, seconde, terze, quarte e quinte). Le faccio un esempio: lunedì le prime, martedì le seconde, mercoledì le terze e così via…poi la settimana dopo si inverte la sequenza. Le ore delle video lezioni verranno un po’ accorciate così che i ragazzi non restino davanti allo schermo per sei ore consecutive, giusto per avere una decina di minuti tra una lezione e l’altra. Questa settimana invece abbiamo garantito la presenza alle prime, dalla prossima settimana, almeno una volta ogni quattro settimane, ogni professore riuscirà a vedere una tipologia di classe.

Come mai avete scelto questa modalità?

Ci sembrava punitivo che le altre classi restassero sempre a casa, visto che non c’è scritto nulla nel decreto ministeriale sul privilegiare le prime nella didattica in presenza.

 

Chiara Lionello

chiaral@vicini.to.it

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