“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”

Anna Frank

Farhad Bitani ci parla del suo libro L’ultimo lenzuolo bianco (seconda parte)

“All’umanità che viaggia su strade diverse ma arriva allo stesso Dio e alla stessa Verità” è la dedica che apre il tuo libro. Cos’è per te la Verità?

Vale la pena rischiare per parlare, per raccontare e rivelare la verità che si conosce. Investire la propria esistenza nella testimonianza costituisce per me il vero percorso verso il vero Dio, una strada che forse potrà risolvere i problemi del mio popolo e dare fine alla violenza. Per questo ho deciso di raccontare la mia vita e ciò che ho vissuto in prima persona, perché in troppi libri sul mio Paese e sulla sua storia ho letto una narrazione distorta, molti aspetti celati per interessi internazionali.

Pronunciare la verità è un piccolo gesto, in fondo. La vera sfida è accettarla e ancor più accoglierla come propria storia personale. Solo la verità potrà liberare il mio paese. La verità è ciò che vedi e che racconti senza veli, senza maschera. È ciò che viene da Dio, ed è anche rispetto verso l’altro.

Cosa ti manca di più del tuo Paese, della tua terra? Hai ancora degli affetti in Afghanistan?

Ho una famiglia molto grande, con oltre una settantina di cugini solo di primo grado. I parenti che ho là detengono anche ruoli di potere, ricoprono posizioni importanti.

Ma non posso tornare in Afghanistan, purtroppo, almeno per il momento, per la condanna a morte che è stata emessa. Mi manca la mia terra, la mia gente. Vedo la sofferenza, leggo le notizie da lontano, e mi sento impotente nel non poter essere al fianco di quei bambini e dei ragazzi che sono cresciuti come me nella violenza e nell’odio e non vedo l’ora di poter tornare per professare il mio credo.

Dopo che ti è calato il velo che motivazioni hai dato alla brutalità a cui hai assistito?

Da bambino sono cresciuto nell’insegnamento del Corano, che eravamo obbligati a leggere nella lingua araba (che non è la nostra lingua: la lingua persiana), pertanto ci venivano impartite le interpretazioni di ciò che leggevamo. Interpretazioni che erano ad uso e consumo di chi gestiva il potere.

Ho letto il Corano quando sono arrivato in Italia, molti anni dopo, nella mia lingua. E ho scoperto quante cose fossero state travisate, quanti errati e distorti insegnamenti ci venivano trasmessi al solo scopo di renderci deboli e inoffensivi.

Ho letto il Corano dopo aver avviato un processo di profonda riflessione, indagando su me stesso, vivendolo come parte di un percorso di cambiamento. Ho voluto cercare la mia identità anche attraverso i piccoli gesti umani riconosciuti nel diverso, in colui che professava una fede diversa dalla mia. Per questo dico che attraverso i cristiani ho rafforzato e conosciuto la mia vera religione.

Il fondamentalismo e coloro che usano la religione musulmana, il fondamentalismo islamico, hanno una maschera, sembrano lottare in difesa si un Dio, ma non è così.

Tutto ciò che ho appreso, l’odio e la violenza in cui sono vissuto e che ho respirato, sono diventati la forza per combatterli.

Riguardo ai progetti futuri?

Dopo la pubblicazione del libro, nel 2018 con l’autrice italiana Roberta Colombo abbiamo realizzato un componimento teatrale intitolato “L’ultimo lenzuolo bianco. Il punto bianco nel cuore dell’uomo”. Da più di un anno sta girando in diverse città italiane, ora purtroppo sospeso a causa del Covid. Inoltre, c’è un progetto per la trasposizione cinematografica del libro, che dovrebbe uscire nel 2021.

Nel 2014 ho fondato la Global Afghan Forum, un’organizzazione di giovani afghani residenti in diversi paesi del mondo, i quali lavorano per la costruzione di una comunità umana più educata, prospera, sicura e giusta. L’Afghanistan registra circa 10 milioni di emigranti nel mondo, siamo uno dei popoli che emigra di più, formandosi e istruendosi in vari Paesi, approdando anche a posizioni di rilievo, soprattutto nella società europea. Attraverso il loro contributo aiutiamo il popolo afghano, cercando di lavorare per lo sviluppo democratico del mio Paese, come la costruzione di centri educativi o portando una presenza femminile all’interno del Parlamento. É un’attività in cui credo molto e su cui intendo investire nel futuro, che considero molto importante per il cambiamento.

Hai lasciato le armi per impugnare la penna. Da un destino di carriera militare ti ritrovi a una militanza che combatti sul fronte opposto.

Nel mio libro traccio fatti, episodi, circostanze che ho vissuto in prima persona, senza addolcirli, senza velarli. Sento di avere un profondo bisogno di verità, forse dato anche dalla tanta ipocrisia in cui sono stato immerso nella mia infanzia e nell’adolescenza.

In fondo, anche questo dimostra la presenza di Dio: anche se ho visto tanta violenza, il bene che alla fine riceviamo può disarmarci, travalicare il muro che mettiamo tra noi e gli altri diversi da noi.

Quando vado nelle scuole, racconto il mio vissuto, ciò che facevo da bambino.

Da quando è uscito il libro ho incontrato più di 350 scuole. C’è sempre un rispettoso silenzio quando parlo ai ragazzi, mi regalano una profonda attenzione nell’ascoltare il mio vissuto, nell’apprendere i canoni di una cultura così lontana e anche così sconosciuta.

Una volta uno studente delle medie, a Milano, mi disse che anche se commosso dalla mia storia, tuttavia si sentiva ateo, non credeva in nessun Dio. Ma credeva alla mia storia, alla verità che raccontavo, e possiamo chiamarlo con nome diverso, Allah, Verità, Dio, Giustizia: qualunque nome mi porti a vedere un raggio di bontà nell’altro, in ciò è rivelata la presenza di Dio nella nostra vita.

Pronunciare la verità è solo un piccolo gesto, e sono convinto che solo così posso aiutare il mio paese e il mio popolo, facendo cadere il velo dell’ipocrisia.

Una riflessione sulla realtà quella italiana e quella torinese. Hai parlato di identità, di recupero della propria storia. Secondo te il nostro Paese incoraggia e soddisfa questa esigenza?

In confronto ad altri paesi europei, l’Italia ha dovuto conoscere da vicino l’emigrazione all’estero, vivendo per lungo tempo sulla sua pelle cosa significasse lasciare gli affetti, adattarsi a nuove culture, a nuove abitudini, sentirsi emarginato e a volte discriminato. Ci sono famiglie italiane presenti in tantissimi altri paesi. Questa condizione ha consentito di osservare con occhio diverso il fenomeno cui oggi assistiamo, con un’apertura mentale verso il diverso, verso colui che proviene da altre culture. Inoltre, gli italiani posseggono una forte identità e, cosa ancor più importante, credono nei valori, presenti anche nella Carta Costituzionale italiana, valori come la famiglia, l’uguaglianza, la democrazia, valori che rendono l’Italia un paese ospitale verso gli emigranti e più in generale verso il diverso.

L’unità della famiglia, per esempio, è più forte e più sentito che in altri paesi europei, con legami che perdurano nel tempo e che trasmettono il valore della famiglia e del senso di appartenenza, l’avere delle radici e una propria storia.

 

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

 

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