“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Farhad Bitani ci parla del suo libro L’ultimo lenzuolo bianco

Incontro Farhad Bitani in un autunnale pomeriggio soleggiato, in un collegamento online come ormai ci impongono le condizioni dettate dai tempi che stiamo vivendo, dall’inusuale abitacolo della sua auto, inserendo la mia intervista tra un impegno e l’altro. Già da questo solo apparentemente insignificante dettaglio trapela la sua aperta disponibilità e la solare generosità che lo caratterizza, un’umanità investita soprattutto in quella passione che mette nel diffondere una verità in cui crede fortemente, legata alla sua terra d’origine, l’Afghanistan, ma fortemente ancorata a quei valori che costituiscono l’aspetto fondante del vivere e del far parte del consorzio umano a cui tutti apparteniamo.

Farhad Bitani ha 33 anni, il suo giovane ma intenso percorso di vita ci viene raccontato nel libro autobiografico “L’ultimo lenzuolo bianco” pubblicato già nel 2014, oggi riedito da poco più di un mese con Neri Pozza in una nuova veste editoriale, arricchito di storie inedite. In esso ci viene narrata l’amara esperienza vissuta in Afghanistan dal Farhad bambino e poi ragazzo, esperienza attraverso cui può vantare una maturità che va ben oltre la sua età anagrafica e che trapela dalle riflessioni e dai pensieri che ci espone.

Figlio di un famoso e stimato generale, rampollo di una famiglia importante, destinato alla carriera militare, si ritrova oggi a militare per la pace, per il confronto, per il dialogo interreligioso e interculturale, e per la verità legata alla storia del suo Paese.

Farhad Bitani ha conosciuto prima la ricchezza, poi l’arrivo dei talebani in Afghanistan e la povertà, la miseria, la paura, il terrore e poi ancora un’altra vita, a seguito dell’arrivo degli americani, una vita di potere e di sfarzo, finché poi qualcosa è cambiato e l’ha cambiato.

Torino è stata la città che lo ha adottato e che lo ha cambiato, profondamente, intimamente, frantumando quelle che considerava certezze. Uno sguardo fermo, determinato, consapevole di un cambiamento e della nuova strada intrapresa, degli alti rischi che comporta, soprattutto dopo la condanna alla fatwa pronunciata nel 2012 contro di lui, la condanna a morte emessa dai capi religiosi del mondo islamico, che prescrive l’uccisione qualora tornasse in Afghanistan.

Tu e il tuo libro siete diventati un piccolo caso in Italia, una storia che scotta e che sconvolge. Non hai avuto paura di ritrovarti al centro di ripercussioni proprio a seguito di ciò che denunciavi all’interno del tuo racconto?  

Sono cresciuto all’interno del fondamentalismo. C’è stato un tempo in cui ho camminato per Kabul al fianco dei figli dei mujaheddin più danarosi. Conosco le dinamiche, le regole, le convenzioni di chi usa la parola di Dio e la religione come copertura per i propri interessi. I talebani e i mujaheddin, i fondamentalisti, perseguitano la povera gente, assegnano il titolo di “infedele” a chiunque non accetti di sottostare ai loro soprusi, mentre i loro figli infangano il nome dell’Islam in patria e per il mondo, con una condotta indegna.

La mia etnia è una delle tante in Afghanistan, si chiama pashtun, ed è la più popolosa, ma non siamo né migliori né peggiori degli altri, non esistono buoni e cattivi, come alcuni libri hanno riportato.

Chi ha paura non è libero. Io vengo da un passato dove vedevo ogni giorno la morte davanti agli occhi. Il vero Dio mi ha salvato. Non ho paura, perché so che se qualcuno mi ucciderà ormai ci saranno milioni di altre persone che continueranno il mio percorso.

Sei musulmano da sempre? Come hai vissuto il tuo rapporto con la religione e con Dio?

Nel mondo abbiamo due dio: un vero Dio che ci ha creato, e un Dio che abbiamo creato noi e che genera le incomprensioni che portano a guerre e lotte fratricide. Non è colpa della religione se c’è la guerra e l’odio, anzi. Ogni religione ha la sua strada per arrivare a Dio, occorre percorrere quella strada per arrivare a un unico Dio, che ci ha creato per arrivare a Lui.

In nome di un Dio ho visto compiersi atrocità disumane, che ho descritto nel libro: ogni settimana lo stadio si riempiva di persone che andavano ad assistere alle punizioni divine inferte a un uomo per aver rubato, anche se per povertà o per sfamare i suoi figli, a una donna per aver anche solo rivolto la parola a un altro uomo che non fosse il proprio marito. Nel libro racconto l’episodio di un uomo che porta i suoi due figli ad assistere alla lapidazione della propria moglie, madre dei suoi figli, perché vengano sollecitati fin da piccoli ad aderire a queste disumane usanze e al loro credo. Assistere alle esecuzioni consente di veder ridotto il carico dei propri peccati, così ci veniva insegnato.

Cosa pensi delle atrocità disumane che vengono compiute in nome della religione? È vero che “se cresci in mezzo agli animali, diventi un animale”?

Quando andavo ad assistere a quelle orribili esecuzioni provavo un certo disagio. Mia madre è stata una figura fondamentale e una presenza importante nell’esortarmi a riflettere su alcuni aspetti e sulle teorie inculcatemi. Mi sollecitava a mettermi nei panni dell’altro, a immedesimarmi nella condizione di chi osservavo, di chi fosse meno privilegiato di me. Ricordo che regalò di nascosto i miei vestiti vecchi ai nostri vicini che pativano la povertà e la miseria, mentre noi avevamo da mangiare a volontà.

Mia madre mi ha spinto a pensare che anche il cuore più dilaniato dal male, corroso dall’odio e dalla violenza in cui è immerso, conserva tuttavia un punto bianco, che se pur piccolo può essere coltivato, alimentato dalla riflessione, dalla meditazione su se stessi e sul proprio senso di vita.

Anche coloro che come me nascono in un paese violento, dove il loro cuore diventa nero per la rabbia, la vendetta, l’odio, possono coltivare quel piccolo punto bianco, allargandolo, facendolo diventare la parte più preponderante del loro cuore.

Mia madre ha tenuto acceso il punto bianco del mio cuore.

Fino al 2008 – avevo 22 anni – ho vissuto considerando aberrante il solo toccare o stringere la mano a un cristiano, che consideravo un infedele. Avevo esortato mio padre a licenziare il suo autista, perché avevo scoperto che beveva la birra.

Poi, improvvisamente, arrivato in Italia, frequentando l’Accademia Militare e la Scuola di Applicazione a Torino, sono entrato a stretto contatto con il mondo cristiano, ho osservato piccoli gesti che fanno parte della quotidianità e che ci accomunavano: non eravamo poi così diversi, in essi potevo anche riconoscermi. Per me è stata una scoperta e una rivelazione.

Grazie ai cristiani che ho conosciuto, ho scoperto la mia vera religione, il mio vero Islam e la mia vita è diventata più appassionante.

(fine prima parte)

Farhad Bitani ci parla del suo libro L’ultimo lenzuolo bianco (seconda parte)

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

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