“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Natale quando eravamo in guerra

“E’ una guerra”, diciamo un po’ tutti, paragonando la nostra situazione a quella che hanno vissuto alcuni nostri conoscenti in tempo di guerra.

E’ vero, Torino ha avuto il non invidiabile privilegio di essere la prima città italiana ad essere bombardata. Il 12 giugno 1940 iniziarono i bombardamenti, 17 morti.

Come si viveva, com’era il Natale nel periodo della guerra, paragonato al nostro?

Nuccia

Abitavamo in Via San Massimo. Quella notte, forse era proprio la prima dei bombardamenti aerei è crollata la casa di fronte e anche un muro nella mia. Le mamme raccoglievano poche cose preziose, prendevano il fratellino più piccolo e la nonna ottantenne per mano e si correva nella casa di fronte ai giardini Cavour che aveva degli infernotti, considerati più sicuri delle cantine al livello superiore. Chi piangeva, chi pregava.

A scuola si andava, c’erano i doppi turni e la carta da zucchero blu alle finestre. C’era il coprifuoco, ma di giorno si poteva girare. Più che altro noi bambini avevamo paura di perdere la casa. Avevamo la radio e potevamo ascoltare radio Londra che incoraggiava alla resistenza. Ci si aiutava: se qualcuno dei vicini rimaneva senza casa si rimediava.

Davamo per scontato che c’era la guerra. Pane di riso, la tessera che limitava la disponibilità di generi alimentari e la borsa nera che ci riforniva di qualche derrata in più. In questo modo Natale era meno triste: pranzo con gli agnolotti, l’arrosto e il panettone. E, attorno alla tavola, tutti.

Isa

Si recitavano molti rosari nei rifugi. In zona Molinette dove abitavo alcune cantine erano state adattate a rifugio: due o tre panche e stavi lì ad aspettare. Aspettare che finisse il frastuono e si potesse uscire. Ma le cantine non potevano offrire un rifugio sicuro. Abbiamo la sciato Torino, sfollati a borgata Palera, Moncalieri, ospiti di cugini che ci avevano accolto con piacere. Ci avevano concesso due locali, un magazzino e una dispensa per gli alimentari. Topi e scarafaggi dappertutto: un topo ha morso mio fratello, più piccolo di me, ad un labbro. Se n’era accorta mia mamma perché lo aveva sentito piangere, al buio. Mio padre lavorava alla Microtecnica, quindi non era dovuto partire per andare al fronte. La sera tornava ed andava in giro a cercare qualche ramo per riscaldarci: anche noi bambini avevamo l’obbligo di portare un ramo ciascuno per la stufa a scuola.

Natale: la mattina, la festa era andare a Messa. Ci si trovava tutto il borgo, auguri, auspici per una rapida fine della guerra. Per pranzo polenta non setacciata, se no non bastava per tutti. Per regalo un paio di guantini fatti coi ferri da calza. Fatti di nascosto, già, doveva portarli Gesù Bambino. Vestiti, scarpe non erano doni, si riutilizzavano in ogni modo. Le scarpe quando diventavano troppo piccole venivano rimodellate tagliandole dietro nel tallone. Maglie di lana recuperata: si portavano dal cardatore che dalla lana usata ricavava un filato multicolore e da lì arrivavano i maglioni. Ti grattavi tutto il giorno.

Ma la guerra si sentiva. I tedeschi avevano incendiato qualche cascina nei dintorni. Mio padre temeva i rastrellamenti, cercavano uomini giovani probabilmente da destinare alle fabbriche in Germania. Quando qualcuno bussava alla porta si presentava una delle mamme con un bambino in braccio: magari anche il soldato si impietosiva.

Giovanni

“Abitavamo a Sassi, nella zona ormai collinare. I bombardamenti non arrivavano da noi, anche se dovevamo comunque correre nei rifugi. Una cantina era stata liberata ed attrezzata con poche cose per restarci alcune ore. Per noi bambini non c’era troppa paura, anzi: più che di bombardamenti le esplosioni erano quelle della contraerea che era posizionata nei pressi di Superga. Raccogliendo schegge di bombe e bossoli di mitragliera antiaerea, tiravamo su qualche soldo vendendole ai feramiù. Inoltre, poiché i bombardamenti avvenivano di notte, per prudenza le scuole il giorno dopo erano chiuse, quindi vacanza inattesa.

Giocavamo con le figurine, per lo più con il valigia, una pietra piatta o un frammento di marmo che “rabastava” meglio. Raccolte di figurine i ragazzi ne fanno anche oggi, solo che lì le immagini rappresentavano scene di guerra come la presa di Jarabub o il bombardamento di Tobruk.

Natale: non riuscivo a prendere sonno. All’epoca ero sfollato a Costigliole a casa di mio padrino, mentre i miei genitori erano rimasti in città: mio padre, muratore, era impegnato a fare manutenzioni nelle caserme. Al mattino trovo sotto il cuscino…le mentine. Come, non sai cosa sono le mentine? Quelle pastiglie di zucchero fatte come bottoncini. Lo zucchero era prezioso, però… Poi arrivo a casa e mia mamma mi conforta: ma no, è passato anche qui Gesù Bambino, e mi dà un bel camion di latta…con sopra i soldati. L’attesa della festività era accompagnata dagli esercizi di canto in preparazione al coro della Messa. Il pranzo: agnolotti. Noi bambini tenevamo un foglio per annotare quanti ne aveva mangiati ciascuno di noi. Il pane era il “pane della tessera”, dove si aggiungeva farina di riso. Il secondo era costituito dai “friciulin” di patate e pane raffermo. Il dessert era di latte e polvere di cioccolato. Se si aveva un po’ di farina si cuoceva nel forno il “dolce” (si chiamava proprio così: il dolce) a forma di galletto, forse una forma bene augurante. Al posto del vino si faceva molto uso della “pichetta”, una bevanda ricavata versando acqua sui fondi rimasti dopo la spremitura delle uve. Bevanda alcolica ma non troppo.

Vestiti, per noi di prima e seconda elementare, pochi. C’era la divisa da praticante fascista: figlio della lupa, poi balilla, poi avanguardista, se ci arrivavi. La divisa comprendeva le calze, ma da queste mancava la parte anteriore, quella destinata a ricoprire le dita dei piedi. Era compito delle mamme fornire un secondo paio di calze o la parte mancante.

Certo noi prendevamo tutto questo con una certa allegria: ma non potevi dimenticare che tuo padre avrebbe potuto essere richiamato in guerra ogni momento.”

I danni alle persone furono limitati (mitigati si dice dell’emergenza Covid-19) sia dalla costruzione da parte della Città di numerosi rifugi antiaerei (uno ancora visitabile in Piazza Risorgimento e molti nella zona della Cittadella, ricavati dalle gallerie settecentesche di contromina), dalla presenza dell’UNPA la Protezione Antiaerea che forniva informazione preventiva e soccorso, e dallo sfollamento, che nell’estate del 1943 con un programma sistematico, vide quasi metà della popolazione lasciare la città.

Purtroppo il confronto fra i decessi all’epoca e oggi, tutti riconducibili a situazioni eccezionali, è se possibile ancora più sconfortante: durante l’intero periodo, 1940-1945, ci furono 2025 morti, nel 2020 sono già ad oggi 3444.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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