“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”

Anna Frank

Beethoven: chi era costui?

Molti sono i lavori di Ludwig van Beethoven universalmente conosciuti e riconosciuti come capolavori assoluti: ma di chi parliamo? Chi era il Beethoven umano, figlio prodigio, autodidatta, sordo e “donnaiolo” aldilà del Beethoven artista?

Il mito romantico ha perpetuato una visione di Beethoven piuttosto arbi traria e ha fatto cadere nell’oblio tutte le composizioni che non rientrano nel cliché del Beethoven eroico, oltre a quelle musiche i cui generi musicali sono stati trascurati dalle istituzioni concertistiche dell’Otto e Novecento. Ludwig van Beethoven nacque a Bonn nel 1770, presumibilmente il 16 dicembre, dato che fu battezzato il giorno successivo. Anche il padre di Beethoven, mediocre tenore nella cappella di corte, alcolizzato e probabilmente anche violento, volle sfruttare (come Leopold Mozart) il precocissimo talento del figlio, che a soli otto anni si esibì nel suo primo concerto pubblico (tra l’altro gli calò l’età di due anni). Nel 1789 il diciannovenne Ludwig fu investito della responsabilità di capofamiglia e fu costretto a chiedere all’amministrazione della cappella che gli venisse versata la metà dello stipendio del padre, ormai incapace di provvedere ai due figli più piccoli (Caspar Anton e Nikolaus Johann).

La sua istruzione musicale iniziò sotto la guida del padre e di altri musicisti della cappella di Bonn e fu indirizzata ad una formazione come strumentista: tanto come esecutore di tastiere (pianoforte e organo) quanto di violino e viola. I suoi primi impieghi lavorativi lo videro appunto organista nella cappella di corte (1784) e poi violista nel teatro di corte (1789). La sua educazione non musicale, invece, non proseguì oltre le scuole elementari: egli rimase incapace di usare correttamente l’ortografia, la punteggiatura e le moltiplicazioni. Cercò in seguito di sopperire da autodidatta alle sue carenze culturali, dedicandosi assiduamente alla lettura di Goethe, Schiller, Omero, Platone, Plutarco, Shakespeare e Kant; per un breve periodo si iscrisse anche alla facoltà di filosofia dell’università di Bonn (che era appena stata fondata).

Nel periodo 1801-1802 egli dovette arrendersi all’incurabile sordità: per non esporsi alle malignità dei suoi avversari, già da almeno un paio d’anni cercava di nascondere la sua infermità, sfuggendo da ogni contatto sociale e ritirandosi in una vita molto appartata. Egli confidava, però (1801), di aver finalmente trovato una donna con cui si sarebbe voluto sposare, ma che ciò era reso impossibile dall’insormontabile differenza di classe sociale: si trattava quasi sicuramente della contessina Giulietta Guicciardi, alla quale dedicò la Sonata per pianoforte op. 27 n. 2 (più tardi definita da un editore Chiaro di luna). Beethoven si innamorava piuttosto frequentemente delle sue aristocratiche allieve, sovente già sposate (Giulietta Guicciardi, Therese e Josephine von Brunswick): forse proprio l’irrealizzabilità di un tale rapporto lo attirava? Ad ogni modo, egli rimase per tutta la vita con l’inappagato (e borghese) desiderio di essere riconosciuto nobile, cercando invano di contrabbandare il modesto “van” olandese del suo cognome nel più aristocratico “von”. Nel testamento di Heiligenstadt (dal nome di un villaggio vicino a Vienna dove soggiornava in quel periodo) del 1802, una lettera indirizzata ai fratelli e mai spedita, Beethoven rivela di essere stato più volte sul punto di suicidarsi, trattenuto soltanto dall’amore per la musica.

La prima esecuzione della Sinfonia n. 9 fu una delle poche grandi soddisfazioni degli ultimi anni di Beethoven, anche se il risultato economico fu deludente (sicché il solito sospettoso fece una scenata con gli amici, accusandoli di averlo frodato): il teatro era un tripudio di fazzoletti sventolanti, perché i presenti volevano segnalare la loro esultanza a colui che non poteva udire. Ma le sue musiche non trovavano acquirenti; e spesso, dopo una prima esecuzione fallimentare, nessuno le voleva più ascoltare: la Grande Fuga per quartetto d’archi op. 133, ad esempio, non fu più suonata in pubblico per trentatré anni dopo la prima esecuzione del 1826. Il mondo correva dietro a Rossini, il nuovo astro nascente del primo Ottocento: Beethoven morì così di cirrosi epatica il 26 marzo 1827, quasi nell’oblio generale; la cirrosi fu probabilmente causata dal suo sregolato regime alimentare, aggravato dalla preferenza per alcolici di pessima qualità. Ai funerali di Beethoven, tuttavia, parteciparono circa ventimila persone: Vienna si era forse finalmente accorta che era morto un uomo davvero grande.

Matteo Gentile

matteog@vicini.to.it

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