“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

“Le strade dritte”

Ennio Tomaselli ha vinto il Secondo premio della sezione letteraria del Concorso Vicini 2020

Testo integrale

«Ecco, Chiara, una persona che è qui da poco ma è già una colonna».

«Lascia perdere le colonne. Sono Franco, piacere!»
Mentre si guardavano negli occhi, i loro pensieri si incrociarono con i ricordi; precisi, nonostante il tempo trascorso.
La terza volta che si videro Chiara, professoressa in pensione entrata da poco nella comunità di sant’Egidio, pensò che doveva esserci stato lo zampino di qualcuno, il santo o il Padreterno, che sapeva tutto: anche la storia passata per quelle strade lungo l’asse di via Garibaldi e vicino alla chiesa dei Santi Martiri, punto di riferimento della comunità. All’uscita da essa non si sorprese nel vedere Franco vicino a lei. Incontrarlo così era andato al di là di ogni sua immaginazione, forse speranza. Entrarono in un bar di via Garibaldi. Era bastata una rapida occhiata d’intesa.
«Proprio vero, prof, che Torino è piccola e come un laboratorio. Chissà se in un’altra città ci saremmo ritrovati. E con questa…»
«impensabile tranquillità, senza fingere che non sia successo. Del resto, in queste zone tutto è un po’ come allora e sembra a un tiro di schioppo… Scusa, espressione infelice».
«Per quanto mi riguarda no. Niente accuse di fatti di sangue. Avevo ventisette anni ed ero un fiancheggiatore. Voi, di anni, me ne avete dati sette, era giusto e da quello, in galera, sono ripartito con la testa. Dovevi essere una giusta anche come prof».
«Ho sempre e solo fatto la prof. Mi avevano chiamato per sostituire un altro giudice popolare. Così mi ritrovai in quell’aula, con la fascia tricolore sul petto, a guardare te e quell’altro, che invece era anziano».
«Anche tu eri giovane, ho capito che ne avevi solo pochi più di me. Alla sbarra pensi di tutto. Ci avevano beccato per la dichiarazione a scoppio ritardato di un pentito. Sono passati quasi quarant’anni e quell’aula, anche se non più di corte o tribunale, è sempre lì, a cento metri da noi. Forse gli unici a ricordarsene».
«Sai cosa penso? Forse c’entrano anche queste strade dritte, questi incroci perpendicolari…»
«Tipo sbarre».
Anche Chiara sorrise: «Fammi fare la prof che deve esporre il concetto. Questo: anche chi fa le vasche in via Garibaldi senza accorgersi di via Corte d’Appello e della Curia Maxima, che pure sono a pochi metri, e senza sapere niente, magari perché arriva da chissà dove, finirà per farsi attrarre, come da una calamita, in questo quadrilatero di strade e incrocio di storie. E allora saprà e capirà. La storia siamo noi e lo sono anche le strade che percorriamo, i palazzi, le chiese, i balconi!»
«Sì, basta pensare a come sono arrivato a sant’Egidio otto mesi fa. Dal Friuli, dove mia moglie era morta di tumore, a sessant’anni. Ero solo, senza figli, già in pensione perché avevo lavorato in miniera. Ho deciso di tornare a Torino pensando che qui fosse meno difficile dare un senso alla vita. Da giovane il senso era, però, quello sbagliato e volevo
riprovarci da anziano. Sono andato in piazza Statuto. Cos’era successo lì nel ’62 me l’aveva raccontato mio padre: il disagio operaio nella Fiat di Valletta era esploso in tre giorni di scontri violenti nella piazza. Poi mi piaceva fare tutta via Garibaldi perché, dritta com’è, si capisce dove arrivi. All’altezza dei Santi Martiri sono entrato in chiesa per sedermi e far riposare le gambe e così ho visto delle carte della comunità. Che scemo, pensavo che sant’Egidio fosse solo a Roma».
Usciti dal bar, camminarono fino a piazza Castello e poi in via Po. Lei spiegava di abitare in una traversa sulla destra: «Ѐ la zona del ghetto vecchio. Non so se la conosci. Edifici storici, qualcuno con cancelli».
«Ancora sbarre? Ѐ una mania!»
«Piantala. Per i 150 anni dall’unità d’Italia qui era una meraviglia, con i balconi imbandierati. Eravamo tutti affacciati, c’era ancora Guido…»
Fu come se quel nome l’avesse ferita più di un attentatore. Fissò Franco con uno sguardo improvvisamente duro: «Mio marito me l’ha portato via un infarto cinque anni fa, ma era un dirigente Fiat e il suo cuore si era ammalato tanti, troppi, anni prima. Ho due figlie splendide e nipoti che mi adorano. La mia vita è piena, non ho pensato alla comunità per mancanza di alternative».
Si salutarono bruscamente, come se qualcuno o qualcosa avesse chiuso un cancello fra di loro. Lui ripercorse la sua lunga strada dritta, con qualche deviazione e sosta in corrispondenza di lapidi a partigiani o pietre d’inciampo. Le conosceva già, ma così era come se ci fosse anche lei e ne parlassero. Parlare fa bene, pensò. Quelle vie avevano visto, quando entrambi erano giovani e doveva esserlo anche il marito di lei, scene come di un’altra guerra.
Si rividero in comunità, senza problemi apparenti. Ma quel cancello, anche se non proprio sbarrato, c’era ancora. Poi Franco scomparve. Quando, dopo due settimane, Chiara lo rivide davanti alla chiesa, aveva un aspetto stanco e, accanto a sé, un ragazzo di colore.
«Lui è Hamid. L’avevo trovato, ubriaco, in piazza Statuto e me lo sono tirato dietro fino a dove sto, a san Donato. L’ho fatto lavorare nei mercati. Mi sono allevato l’erede, ma adesso tocca soprattutto a voi e al santo».
Chiara lo prese da parte: «Perché dici così, Franco? Come stai?»
«Come uno che ha avuto la pensione perché era già mezzo andato. Sai, Chiara, in carcere ho letto Pavese… Per lui Torino è amante e non madre né sorella. Io l’ho scelta come compagna di viaggio perché qui sei coinvolto comunque e, se ti dai da fare, magari di cose ne escono. Ho trovato voi e adesso anche Hamid. Con lui è come avere un figlio: ha sedici anni, come me quando arrivai qui, coi miei, dalla Sardegna».
A Chiara, per la commozione, non venivano le parole per rispondere. Franco continuò: «Mi basta sapere che mi fermerò sulla strada giusta, con il ricordo che porto e quello che lascio. Il resto della frase di Pavese tu, che sei prof, lo sai meglio di me».
«Ma tu l’hai capito di più».

Era ormai buio. Nessuno dei passanti faceva caso a due anziani che salivano lentamente, come sostenendosi a vicenda, gli scalini della chiesa. Li seguiva lo sguardo di Hamid; che era lì per la prima volta ma, dopo aver camminato con Franco quasi dal fondo di via san Donato e averli sentiti parlare, aveva già capito quasi tutto. Anche che Cesare Pavese non era solo il nome di un posto pieno di libri dove era stato, con un educatore, prima di tagliare, inciuccarsi, salire sui tram e ritrovarsi in quella grande piazza dal nome strano.

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