“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Cerchio degli uomini

Quando gli uomini si parlano

Preso atto tardivamente che l’impennata di violenze femminili non può ascriversi solamente alla questione dei rapporti fra sessi ma investe questioni più profonde e radicate, da molte parti si sta facendo strada la consapevolezza che l’argomento va affrontato nella sua complessità. IlCerchio degli uomini”, che agisce a Torino da più di 20 anni, si è fatto carico di un percorso che ha individuato nel cambiamento degli uomini una strada decisiva per superare mentalità patriarcali e maschiliste ancora così presenti e radicate.

L’associazione mira, attraverso le sue molteplici iniziative, alla costruzione di una società più paritaria nel rispetto delle diversità: di genere, di orientamento sessuale, di religione e cultura; e a contrastare qualsiasi forma di violenza,.

Il Cerchio si propone, attraverso iniziative diversificate, di aiutare i maschi a sviluppare nuove e approfondite riflessioni sul proprio essere in rapporto alle relazioni intime, alla paternità, alle amicizie, all’omofobia, al rapporto col corpo e la sessualità, alla violenza.

ll dottor Fabrizio De Milato, Segretario, operatore e formatore del Cerchio degli Uomini ha risposto ad alcune domande riguardanti l’attività del Cerchio.

Quanti uomini partecipano al Cerchio e qual è la percentuale degli abbandoni.

Negli ultimi anni il centro d’ascolto, servizio all’interno dell’Associazione Cerchio degli Uomini, ha accolto tra gli 80 e i 100 uomini l’anno. In alcuni casi hanno frequentato per un numero limitato di incontri mentre buona parte si sono aggregati al lavoro in gruppo, frequentando per un minimo di 6 mesi; qualcuno ha continuato oltre ritenendo utile non accontentarsi dei risultati raggiunti. Gli “abbandoni” relativi al gruppo capitano, ma sono pochi e in genere chi inizia a partecipare continua.

Qual è l’età media dei partecipanti?

Nei servizi messi a disposizione non si è notata una maggiore o minore partecipazione rispetto alle fasce d’età, dato confermato anche dalle statistiche nazionali dalle quali non emerge un identikit del maltrattante.

I giovani se ci sono, vengono autonomamente o su suggerimento, e di chi?

I giovani che si presentano non differiscono dagli adulti, possono arrivare per una loro forma di autocoscienza oppure convinti dai propri cari o inviati dai servizi; alcune volte si presentano su consiglio di avvocati o psicologi. Discorso a parte quello di minorenni o di ragazzi in carico ai servizi della Giustizia Minorile, per loro sono sempre gli assistenti sociali a creare un ponte con l’associazione.

Come si rende conto un uomo di avere reazioni eccessivamente violente, di aver superato il limite?

Le molle che spingono un maltrattante a rivolgersi al centro sono diverse: in alcuni casi dopo le esplosioni di rabbia si spaventa o inizia a vedere le conseguenze delle sue azioni, altre volte, ed è una situazione più frequente, i familiari iniziano a renderlo consapevole dei danni che causa e anche del suo stato di rabbia e sofferenza.

La partecipazione ad un gruppo che presenta problemi comuni, è già in qualche modo la strada verso la “guarigione”, o ci sono ulteriori strategie di supporto?

Il partecipare a percorsi è sicuramente un passo importante, come lo è telefonare o varcare la soglia della nostra sede, rende reale una difficoltà, anche se questo non vuol dire che non si possa continuare a negare o sminuire. Riguardo alle strategie non crediamo ne esistano di buone per tutti, noi accogliamo senza giudicare, puntiamo sulla relazione, sul riconoscimento delle emozioni e sulla capacità di vedere realmente l’altro/a, ovviamente fare questo in gruppo aiuta. Per quanto riguarda le strategie conduciamo gruppi con modalità differenti, alcuni più strutturati nel percorso e che nella maggior parte dei casi rappresentano il primo step, altri in cui lasciamo ai partecipanti l’onere di portare argomenti per poi discuterne con loro, ogni volta in intervisione o supervisione decidiamo quale percorso si avvicina di più alle esigenze della persona. Anche l’equipe è multidisciplinare e con specializzazioni differenti, questo permette di guardare le situazioni da più punti di vista e offrire molte opportunità.

Appurata la matrice culturale/sociale del problema noi donne (mogli, madri, amiche, sorelle) come possiamo contribuire?

Vista da questa prospettiva mi sentirei “borioso” a dire cosa le donne potrebbero fare. Onestamente fatico a dare suggerimenti, guardo il femminismo con ammirazione e anche un po’ di invidia, hanno iniziato decenni prima di noi, hanno avuto la forza di denunciare una situazione critica quando noi uomini ancora negavamo.

 

Giulia Torri

giuliat@vicini.to.it

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