“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Se Buddha avesse avuto Whatsapp?

Ci lamentiamo dell’invadenza dei social e poi stiamo lì a fotografarci anche nei momenti più intimi, quando sarebbe meglio offuscare gli specchi, come fece la Contessa di Castiglione.

Noi no, impavidi, mostriamo la nostra colazione del mattino, con tanto di tazze spaiate e biscotti casalinghi, il mesto apericena col sushi sbiadito, la ginnastica atrofizzata nella tuta sformata, la pizza lievitata male, la carie del carlino.

Ci piace che gli altri sappiano che facciamo, che pensiamo, come inganniamo il tempo morto. Altro che usare la pandemia per meditare su noi, il nostro passato e futuro, guai a stare fermi a cercare di capire se c’è qualcosa da fare per migliorare il deprimente stato delle cose, eventualmente, un domani, ne uscissimo.

Inauguriamo decine di chat: quelle fra genitori, visto mai che l’insegnante in Dad cadesse in disonorevole gaffe, fra nonni, nel dubbio che qualche figlio dimenticasse di raccontare la fiaba serale, quella con gli amici della palestra, del burraco, della montagna. E la chat di condominio, per comunicarci le news sui negozi aperti e l’inspiegabile puzzo nell’ascensore.

Chattiamo con tutti, verso tutti e per tutto. Però ci piace pensare che la tecnologia sia invadente, i controllori ci controllino, sia mai il 5G, sia mai che possano scoprire dove e chi siamo.

Più che la tecnologia , suggerirei, temessimo l’imbecillità? Chiedo per un amico.

Giulia Torri

giuliat@vicini.to.it

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