“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Spiegateci il 25 aprile


Il 25 aprile è festa nazionale. Questo vuol dire che ogni ragazzo in età scolare sa che esiste almeno per un motivo: quel giorno starà a casa da scuola.
Ma a parte questa cinica affermazione, cosa rappresenta per i ragazzi il 25 aprile?
I più fortunati studieranno questa data durante l’ultimo anno delle superiori ma nella maggior parte dei casi non è la scuola il luogo tramite cui i ragazzi apprendono l’importanza di questo giorno, come di molti altri.
Troppo spesso le uniche cose che vengono in mente se si parla di questa data sono: “I partigiani hanno vinto” o ancora “I fascisti e i nazisti sono stati sconfitti”.
A tal proposito abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi tra i 18 e i 22 di elencare le parole che vengono in mente pensando al 25 aprile:

Liberazione; Partigiani; Gioia; Euforia; Confusione; Famiglia; Morti; Sorrisi; Casa; Amore; Primavera; Preoccupazione; Diritti; Lavoro; Bianco; Fascismo; Bandiera italiana; Soldati; Luce.

Sono tutte parole pertinenti ma quando si passa ad analizzare la situazione e capire in che modo possa interessare anche noi, un esiguo numero saprebbe rispondere.
Non è colpa dei ragazzi se il massimo che possono dirti riguardo al 25 aprile sono due frasette che si sono appiccicati in testa dal manuale di storia (quando va bene).
Il problema è che più di settant’anni di storia sono lasciati all’interesse personale dei ragazzi e quel poco che viene trattato manca spesso dell’analisi dei risvolti sociali ad essi collegati. Come si può capire una data come il 25 aprile se si arriva a fare a malapena e frettolosamente la seconda guerra mondiale, senza trattare tutte le implicazioni sociali successive?
Nella mente di un ragazzo italiano medio che esce dalle superiori vi è il buio più totale dopo Hiroshima e Nagasaki. Lo so perché anche per me vi era un enorme buco temporale tra il 1945 e i giorni d’oggi; a un certo punto sapevo che c’era la guerra fredda, lì in mezzo da qualche parte la guerra in Vietnam, forse avevo sentito la parola “decolonizzazione”, sicuramente la caduta del muro di Berlino la conoscevo e per un fortuito caso anche il Genocidio del Ruanda, ma le mie conoscenze si fermavano lì, o negli immediati paraggi.

Per fortuna la mia preparazione in materia è migliorata da allora ma mi chiedo se sia ancora così vergognosamente lacunosa quella di un ragazzo che non ha intrapreso un’università che lo porta a studiare anche la storia o che non sia spinto da interesse e curiosità personale. Purtroppo non posso che rispondermi affermativamente.

Il 25 aprile 1945 è una data scomoda. Spesso si fa ancora in tempo a trattarla nell’ultimo anno delle superiori ma si trova al limite con quel periodo storico che si apre con il dopoguerra e che per la maggior parte degli studenti è completamente avvolto nella nebbia; per questo motivo fin troppe volte finisce per essere risucchiato nell’oblio degli eventi dimenticati.
Nessun ragazzo, o quasi, saprà del profondo disagio che accompagnò questa data che presupponeva invece un nuovo inizio; quanto fu problematico per i ragazzi che avevano combattuto da partigiani dover tornare alla vita quotidiana e trovarsi un lavoro senza aiuti da parte dello Stato anche se uno Stato esisteva ancora solo grazie a loro.

Quando si nomina il 25 aprile si pensa subito alla libertà ma pochi si ricordano che mentre una parte della popolazione combatteva ancora per questa, al sud gli alleati, accordatisi con i diversi capi mafiosi, minavano gli esiti di una liberazione non ancora avvenuta.

Ciò che si associa a questa data è sicuramente la gioia per la fine di una delle pagine più nere del nostro Paese ma spesso non si rammenta che l’euforia ebbe breve durata e negli anni successivi fu accompagnata da una profonda delusione; molti italiani avevano sperato in un cambiamento radicale dopo la fine del fascismo e invece avevano visto un paese avviarsi verso una nuova stagione dopo essersi scrollato lo sporco di dosso ma con le scarpe ancora piene di fango.
Come Paese ci manca la capacità di elaborare il nostro passato e i suoi problemi per poterli superare. Ogni volta che ripartiamo non lo facciamo da zero ma ci trasciniamo sempre dietro i detriti dei conflitti interni irrisolti; in quest’ottica nemmeno il giorno della Liberazione può assumere un vero significato catartico.
Ma come possiamo pensare di giungere un giorno a ripartire veramente da zero se per i ragazzi gli ultimi ottant’anni della nostra storia sono avvolti nell’oblio?

 

Breve bibliografia per un ragazzo (o un adulto) che vuole approfondire l’argomento:

B. Fenoglio, I ventitre giorni della città di Alba [1952], Torino, Einaudi, 2015.

Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Universale Economica, Milano, Feltrinelli, 2015

Giorgio Bocca, Partigiani della montagna, Universale Economica, Milano, Feltrinelli, 2008

Davide Lajolo, A conquistare la rossa primavera, Milano, Rizzoli, 1975

Aldo Cazzullo, Possa il mio sangue servire, Milano, Rizzoli, 2015

I. Calvino, La giornata d’uno scrutatore [1963], Milano, “Oscar” Mondadori, 1994

Renata Viganò, L’Agnese va a morire, Torino, Einaudi, 2014

E. Costanzo, Mafia & alleati. Servizi segreti americani e sbarco in Sicilia. Da Lucky Luciano ai sindaci «uomini d’onore», Le Nove Muse, 2006

In guerra per amore, regia di Pif (2016)

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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