“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Non si muore solo di Covid

E’ un’affermazione scontata, ma sembriamo essercene dimenticati. Alla televisione, sui giornali, per radio sentiamo solo notizie riguardanti la crisi sanitaria da Covid e non pensiamo all’altra faccia dell’emergenza sanitaria che abbiamo sotto gli occhi. Lungo tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud c’è chi continua ad ammalarsi di cancro, ad avere bisogno di un trapianto di rene, a non avere l’aiuto psicologico di cui ha bisogno, ad aver bisogno di uno screening o di un intervento di chirurgia generale. Ma queste emergenze non fanno rumore, perché troppo ordinarie.

L’Agenas (Agenzia sanitaria nazionale delle Regioni) in collaborazione con il MeS (Laboratorio Menagement e Sanità) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha raccolto dati che permettono di confrontare la tenuta della sanità pubblica italiana tra il 2019 e il 2020.

Secondo questi dati, nel 2020 i ricoveri sono stati 3,1 milioni (malati di Covid compresi) contro i 4,3 milioni dell’anno precedente, con una perdita di 1 milione e 200 mila pazienti.
Preoccupante è anche il calo delle visite specialistiche: 118 milioni di visite ed esami nel 2020 a fronte delle 170 milioni del 2019. Questo significa una perdita di 52 milioni di prestazioni diagnostiche.

Pensiamo a quante volte in quest’anno è capitato a noi o a nostri parenti e amici di restare ore incollati al telefono per prenotare una semplice visita di routine e quante volte dall’altra parte la risposta ottenuta è stata che non c’era posto disponibile e che si doveva essere inseriti in lista d’attesa ( il che equivale a dire “aspetta e spera”). A questo punto sono due le cose che si possono decidere di fare: appunto aspettare e sperare o rivolgersi a strutture private e pagare cifre spropositate per un servizio che ti spetterebbe di diritto col solo pagamento del ticket.
Qualche tempo fa un’amica mi raccontava amareggiata che dopo sette mesi di chiamate al CUP (Centro Unificato Prenotazioni) di Torino e dopo cancellazioni arbitrarie di appuntamenti presi a fatica, si era dovuta rassegnare a prenotare una gastroscopia privatamente e come la sua ricetta nel tempo fosse passata da ‘prescrizione senza urgenza’ a ‘urgente’.
Ma dove vanno a finire coloro che non si possono permettere una visita o un intervento presso strutture private? Il problema della sanità bloccata non è appunto solo sanitario ma anche sociale. In questi mesi è sicuramente cresciuto il divario tra chi può permettersi di sopperire privatamente alla mancanze del pubblico e chi no ma è cresciuta anche la sfiducia dei cittadini nel sistema sanitario nazionale. Sono infatti molti, soprattutto durante la prima ondata, i pazienti che avrebbero avuto bisogno di cure e i non si sono recati in pronto soccorso per paura di un possibile contagio.

Ad instillare crescente preoccupazione nei medici sono i numeri riguardanti i tagli negli interventi per asportare diversi tipi di tumori. Sempre secondo i dati di Agenas, dal 2019 al 2020 si è verificato un taglio del 22 per cento degli interventi alla mammella, del 24 per cento per quelli alla prostata, del 32 per cento per il colon, del 13 per cento per il retto e il polmone, del 21 per cento per il melanoma e del 31 per la tiroide.
Per non pensare alla diminuzione dell’attività di screening (del 32 per cento alla cervice uterina, del 30 alla mammella e del 34 al colon-retto) per la prevenzione e il controllo dei tumori. Tutti ritardi che si pagheranno nell’arco di anni.

Un duro colpo è stato inferto anche alle donazioni di organi e di midollo. Per quanto riguarda la donazione di midollo osseo la situazione è drammatica: nel 2020 le adesioni sono crollate da 40 mila iscritti a 20 mila. Il problema, dice la direttrice del Registro nazionale dei donatori di midollo Nicoletta Sacchi a Repubblica qualche settimana fa, è legato alla chiusura generalizzata del Paese. Chi recluta i donatori sono infatti le associazioni che si muovono nelle piazze, nelle scuole e partecipano ad eventi. Per ovvi motivi tutti queste attività sono al momento bloccate e per sopperire a questa mancanza l’ADMO (Associazione Donatori di Midollo) ha creato un sito in cui registrarsi e ricevere a casa un kit per fare il test della saliva e vedere se si è idonei alla donazione.

Non se ne parla molto ma l’emergenza sanitaria da Covid colpisce anche un altro ambito: quello delle persone affette da patologie psichiatriche. Secondo un’inchiesta dell’European data journalism network (Edjn), le risorse per l’assistenza psicologica in Europa erano insufficienti al fabbisogno dei pazienti ancor prima dell’inizio della pandemia, ma con l’emergenza sanitaria la situazione è peggiorata a causa dell’aumento delle richieste e della difficoltà di curare i pazienti già presenti. E’ infatti possibile che psicologi e psichiatri vengano chiamati ad operare in prima linea per la crisi dovuta al Covid, lasciando senza sostegno psicologico i propri pazienti che nella migliore delle ipotesi verranno affidati alle cure di un collega (probabile causa di disagi nel malato).

Si sente spesso utilizzare la metafora della guerra in riferimento alla situazione attuale di pandemia, ma questa affermazione è sbagliata oltre che fuorviante, spiega Roberto Saviano nel suo ultimo libro. Saviano dice che a farlo ragionare sull’erroneità di questa affermazione è stato proprio uno degli infermieri che nei mesi più bui della pandemia ha lavorato in prima linea in Pianura Padana: Non siamo in guerra! La metafora della guerra è sbagliata! Non siamo in guerra, dobbiamo procedere uniti invece […] gli disse. Da quest’affermazione Saviano parte ad analizzare i vari motivi per cui dire “siamo in guerra” sia sbagliato; uno tra tutti pare adatto per descrivere la situazione che stiamo analizzando: “Non siamo in guerra!” e dire il contrario è pericoloso, perché quando sei in guerra tutto passa in secondo piano, anche i tempi della scienza, la deontologia, il metodo.
Ed è proprio quello che sta succedendo nella sanità pubblica: tutte le patologie che non hanno a che vedere col Covid stanno passando in secondo piano.
Se vogliamo continuare con la metafora della guerra, pensiamo a quante industrie nel periodo delle due guerre mondiali vennero riconvertite in fabbriche per la produzione di materiale bellico e pensiamo a quanti reparti e addirittura sale operatorie oggi sono state adibite a terapie intensive per i malati di Covid. Secondo un sondaggio dell’Acoi (Associazione chirurghi ospedalieri) nel 2021 il 79 per cento degli ambienti destinati all’attività chirurgica sono fermi o hanno attività molto ridotte. Non a caso una delle grandi vittime del virus è la chirurgia generale. Secondo i dati di Agenas, da marzo a giugno 2020 si è subito un calo del 53 per cento delle operazioni programmate.

Ma dietro tutte queste percentuali si nascondono vite umane.

Secondo i dati Istat nel 2020 si sono verificati 100 mila decessi in più rispetto al 2019, 75 mila dei quali imputabili al Covid; questo vuol dire che vi è stato un incremento del 25 per cento sulle morti rispetto all’anno precedente. Se teniamo a mente quanto detto fin ora possiamo pensare che questa crescita sia dovuta almeno in parte all’arenamento della sanità pubblica.
Dobbiamo entrare nell’ottica che la fine della crisi sanitaria legata al Covid non significherà la fine dell’emergenza sanitaria in generale; una volta terminata questa bisognerà fare i conti con tutti i pazienti dimenticati nei mesi di pandemia e prendere atto che le visite, i trapianti e le operazioni non portati a termine oggi non si possono recuperare domani, ma sono in gran parte perduti per sempre.

Si possono consultare i dati raccolti da Agenas qui.

Chiara

chiaral@vicini.to.it

 

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1 Commento su Non si muore solo di Covid

  1. Brava. Questo è il giornalismo che piace ed è utile: si parte dai dati (o da interviste di chi conmosce i dati e li ha elaborati) e si traggono le conclusioni.
    Una lezione per i negazionisti e per coloro che tendono a minimizzare o fuorviare. 100.000 morti in più: 75000 morti di COVID possono davvero essere vittime di un’influenza? E gli altri 25000? Un terremoto, una meteora?

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