“L’uomo non sa accettare la vita nel suo nocciolo di casualità e di attesa. Paradossalmente vuole tutto e subito, ma arriva tardi o nel momento sbagliato.”
(Dino Buzzati)

Ritorno al futuro

“Siamo tornati, come a una seduta di alcolisti anonimi, dopo esser stati 182 giorni senza cinema”. Lo dichiara soddisfatto  Gaetano Renda, esercente di  Due Giardini, Centrale d’Essai e Fratelli Marx, che da lunedì 26 aprile ha ripreso la programmazione nella storica sala di via Carlo Alberto.

Dal 29 hanno riaperto nella nostra città anche  Ambrosio, Classico, Eliseo, Romano, Massimo e tutte le sale diventeranno operative entro il mese di maggio, nel rispetto dei protocolli,  “ perfettamente integrati nel ritorno al grande schermo al tempo della pandemia”.

Renda com’è andata la riapertura?

Abbiamo scelto di ripartire con il bel documentario “We are the thousand”, sulla voglia di collettività di 1000 giovani musicisti. Sono arrivati adulti e ragazzi, festanti: venire  a vedere un film  significava  la bellezza del ritorno alle cose normali, semplici, delle quali ci siamo privati per molti mesi…la gioia di riassaporare l’esperienza della sala cinematografica, abbandonando  le piattaforme che nell’ultimo anno sono state vissute come una costrizione.

Quali sono le condizioni da rispettare?

I protocolli sanitari sono  gli stessi di giugno 2020:  un metro  tra una persona e l’altra, cioè una poltrona sì, una no; igienizzazione, mascherina. Il distanziamento va mantenuto anche durante il percorso di accesso al locale e poi naturalmente è favorito l’acquisto dei biglietti online, anche se lo spettatore  più adulto preferisce passare dalla cassa. Il pubblico dei film d’Essai è  attento,  rispettoso delle norme, anche nel fornire i dati per il tracciamento previsti dai protocolli.

E’ ottimista sul futuro delle sale?

Credo  che le piattaforme, con le quali peraltro bisognerà convivere, abbiano preso piede perché i cinema erano chiusi. La riapertura metterà nuovamente al centro la sala, perché  è il luogo della visione collettiva, della socialità  e, fin dall’alba del tempo, l’uomo cerca l’esperienza della condivisione. Pur nell’oscillazione dei numeri, un anno più spettatori, un anno meno, il cinema sarà sempre uno dei polmoni della convivenza in una città, la giusta stazione a cui il film deve approdare.

Quali cambiamenti hanno prodotto le piattaforme?

Le piattaforme non sono altro che l’evoluzione della tv, che alla sua comparsa  ha svuotato i cinema. In anni più recenti l’introduzione del vhs ha visto le sale tremare, poi è stata la volta delle tv private. Ogni innovazione sembra portare la fine, invece si va avanti, e il cinema, con i suoi 125 anni di storia, è lì a dimostrarlo. Le sale  dovranno convivere con i nuovi mezzi, si dovrà però regolamentare  quel Far West che è il mercato: per il passaggio dalla sala allo streaming dovrebbero trascorrere 105 giorni; l’emergenza ha azzerato  questo periodo: ora, si possono rinegoziare i tempi, ma le piattaforme digitali devono  rispettarli.

Perché le sale resisteranno?

I 1400 locali italiani per un totale di circa 4500 schermi sono fondamentali per tenere vivi i centri storici delle città, per illuminare le periferie e  dare soddisfazione a quelle comunità. Bisogna “maneggiare con cura”, questi presidi irrinunciabili perchè fanno parte del nostro modo di vivere, di comunicare, di stare insieme. In provincia il loro ruolo è ancor più significativo: mentre in città ci sono altri luoghi aggregativi, nei piccoli centri lo scambio sociale avviene intorno alla sala, sia cinematografica che teatrale, che spesso coincidono. Chi governa deve avere a cuore che non si vive solo di cibo: ogni anno nel nostro Paese vanno al cinema 100 milioni di persone, è la fruizione culturale più importante.

In questi giorni è venuto a mancare  Gianni Pilone, tra i fondatori dell’ A.I.A.C.E. di Torino.

L’ho conosciuto nel 1973, quando, arrivato in città, anch’io ho acquistato la tessera Aiace che, grazie all’intuizione di Pilone, di Gianni Volpi, Paolo Gobetti, Ugo  Buzzolan  a Torino aveva fatto nascere  l’associazionismo degli spettatori. Gianni era una persona mite, generosa, disponibile a rischiare su giovani autori e produttori e  ha portato al cinema  decine di migliaia di spettatori.

Cosa ha rappresentato Gianni per la realtà torinese?

Pilone, con il Centrale, è stato un punto di riferimento della vita culturale cittadina. Era una persona appartata, ma che aveva grandi intuizioni, un visionario. Fondando a Torino un’associazione che resiste più di 50 anni  aveva guardato al futuro in maniera lungimirante. Suo marchio di fabbrica  è stato aver sempre pensato al ricambio generazionale, quindi al pubblico delle scuole, arrivando ad avere anche 25000 spettatori studenti all’anno. Ho collaborato con lui nella programmazione fin dagli anni ’80. Qualche anno fa abbiamo anche acquistato l’immobile: il Centrale esiste dal 1939,  ospitato in quella che era una delle scuderie di Casa Reale, era un bene  dei Savoia.  Poi siamo diventati soci nella gestione, fino al suo disimpegno, avvenuto quando era certo di aver messo il cinema in mani sicure e che la tradizione del Centrale sarebbe continuata.

Quale merito gli va riconosciuto?

L’attenzione al pubblico giovanile è stata determinante, Torino gli deve molto, aver creato il primo cinema d’Essai, che dal ‘68 ai giorni nostri ha sempre avuto una linea d’indirizzo coerente;  devono molto a lui tutti i cinefili, che si sono formati ai film del Centrale, si sono laureati in cinema e hanno dato vita a numerosi  festival,  ora patrimonio della città.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

 

 

 

 

 

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