Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi

quando ognuno di Noi decide di migliorare se stesso”

(Gandhi)

YOGA

di Emmanuel Carrère

Il libro di Emmanuel Carrère ci mette di fronte ad uno degli interrogativi chiave dell’uomo moderno: come far coabitare nella stessa persona pulsioni di natura così diversa come l’egocentrismo, la voglia di essere generosi, la necessità di ricontattare la propria spiritualità e il desiderio di appagare le proprie ambizioni personali?

L’autore ci prova, confessa di aver ceduto ad una moda da ricchi essenzialmente per “ridurre il potere di un ego ingombrante e dispotico” e praticando, per lunghi periodi della sua vita, prima il tai chi poi la meditazione.

Pratica cui riconosce il merito quanto meno, di regalargli momenti di riposo dal suo incessante altalenare tra euforia e depressione, che sono la cifra della malattia bipolare che lo ha portato al ricovero in casa di cura e come soluzione finale e alternativa al suicidio, all’elettrochoc.

La meditazione scelta come ascolto di se stessi attraverso il respiro, la consapevolezza dei propri punti di contatto con il terreno ospitante, l’abbandono anche solo per un attimo delle “vrtti”.*

Questo è sembrato, in alcuni periodi nella vita dell’autore, un modo se non l’unico, per allontanarsi dalle continue sofferenze dell’Io.

Ma non solo di dolore è permeata la trama del libro, costantemente ci si ritrova la zampata del grande scrittore dalla parola facile e dallo spirito arguto capace di osservare la realtà delle persone che lo avvicinano nei vari momenti che la storia attraversa e di descriverne le caratteristiche, i tic, alcune inevitabili debolezze.

I personaggi che incontra nel ritiro Vypassana sono osservati e vivisezionati con uno sguardo a metà tra il divertito e il compassionevole, ed ognuno di noi può riconoscerne qualcuno incontrato sulla strada.

Yoga parla di Yoga, ma soprattutto di mille altre cose, di migrazioni ( è nell’isola greca dei migranti che, tenendo un laboratorio di scrittura creativa, si accosta a reduci di storie tragiche), di depressione e disturbo bipolare, (toccanti le pagine sull’abbruttimento fisico raggiunto, giacché è incapace di nutrirsi e lavarsi, cui fa da testimone un’ignara giornalista americana).

E parla di terrorismo, quello che lo tocca da vicino quando nell’attentato a Charlie Hebdo viene ucciso un suo caro amico ed editore.

La notizia lo coglie proprio mentre sta partecipando ad un ritiro di meditazione, ed è stridente il contrasto tra le giornate di quasi pace appena trascorse e il risuonare delle sirene sul luogo dell’attentato. Quasi a sancire l’estrema precarietà del nostro quotidiano.

La realtà di questi tempi confusi fa capolino, con tutto il suo carico di dolore e incertezze, nella vita di un uomo che avrebbe tutto per considerarsi appagato, fama, successo, amore, e che malgrado ciò continua a cercare nell’introspezione un senso più profondo all’esistenza anche a costo di pagarne un prezzo altissimo.

Non c’è lieto fine, in Yoga, a meno che che non si voglia leggere sotto una luce ottimistica il messaggio che l’autore riesce comunque prepotentemente a trasmettere, bisogna comunque non smettere di cercare la propria personale via di salvezza.

 

*Vṛtti (lett. dal sanscrito “vortice”, o “attività circolare senza inizio né fine”) è un termine che nell’induismo (in particolare nelle correnti dello yoga) definisce le onde di pensieri che la mente genera in modo incessante ed inconsapevole, e che ne impediscono il vero utilizzo, cioè come mezzo per realizzare l’anima. Sono ciò che costituisce la frenetica attività della mente, ed essendo la conseguenza di un uso improprio di questo strumento, invece di liberare, per la legge di causa-effetto le vritti agiscono karmicamente legando ancora di più l’anima al mondo manifesto.

Giulia Torri

giuliatorri@yahoo.it

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