“In democrazia non decide la popolazione, ma chi va a votare”
(Milena Gabanelli, giornalista)

“Quando eravamo vivi”

Racconto primo classificato al Concorso letterario Vicini 2021

Era una notte incantevole, di quelle notti che ci sono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo così potessero vivere uomini irascibili ed irosi.

L’appuntamento era al solito posto, sotto al grande albero di gelso da cui iniziava il sentiero che, portando verso i campi di granoturco, passava accanto al cimitero.

All’inizio non feci caso al suo ritardo: succedeva spesso. A volte litigava con sua madre, e ce ne metteva, di tempo, prima di risolversi a venire via.

Mi era capitato di chiedermi se fosse entrato nella brigata partigiana per le sue idee soltanto, o se non ci fosse anche stata invece, a spingerlo, anche la sua situazione familiare. Adesso, lettore caro, la chiamereste una situazione difficile (disfunzionale, forse?), ma siamo stati tutti adolescenti, anche negli anni quaranta, con la rivoluzione nel cuore, quella che ti fa odiare tutto il mondo, e non fa poi molta differenza se il mondo è quello del fascismo e della guerra, con un tedesco che magari sti sta aspettando dietro l’angolo per accopparti, o è il mondo di tua madre e di tuo padre, e dei tuoi fratelli che sembrano non capire mai nulla.

Quindi, ti dicevo, per un po’ di tempo non mi sembrò strano che non fosse puntuale. Ma poi cominciò a prendermi un po’ di ansia. Guardai le stelle per un po’, poi allungai la mano e presi qualche mora dal gelso. Masticavo piano.

Che si sia dimenticato? Ma no, ci sarà stato un contrattempo. Ha deciso di lasciarmi? Un contrattempo, certamente. E quale? E’ successo qualcosa? Che sia successo qualcosa? Magari qualcosa di banale, niente di grave, ma non è riuscito ad avvisarmi. Però poteva venire sua sorella, prendeva la bici e veniva qui, “Giovanni non viene, non ha potuto, torna a casa, che è tardi”. Era, infatti, mi resi conto, davvero tardi, il cielo era sempre più nero. Adesso ero davvero agitata. Mica l’avranno preso? L’avranno… Preso. Preso. Il cervello cominciò a rimbombare con quell’unica parola. Smisi di mangiare le more, non riuscivo più. Dal paese arrivavano dei rumori, mi sembravano voci, ma erano lontane. Qualche cane abbaiava. Poi il silenzio si fece così forte che non ne potei più, e andai a casa. Preso, continuavo a ripetere tra me.

Lo avevano preso, infatti, ma nessuno aveva potuto dirmelo perché nessuno sapeva di quel nostro appuntamento al gelso.

Era stato su un treno, gli avevano sparato i tedeschi. Piangeva così tanto Rosina, sua sorella, al raccontarlo. Io non riuscivo a parlare. Respirare era già tanto.

All’albero di gelso mi sono poi appoggiata, per non svenire, quando ho visto, giorni dopo, il corteo funebre passare. Non sarei riuscita a starci, mescolata tra la gente. Il tronco di quell’albero mi sembrava potesse darmi un po’ di forza: cercavo di sentire il più possibile la corteccia dura del tronco contro la mia schiena.

Sì, mio giovane lettore, mi sono sposata, poi. Qualche anno dopo, con un ragazzo di un paese vicino. Un bravo ragazzo. Lo conobbi in balera, ad una festa di paese. Era gentile. Dopo pochi mesi ci trovammo fidanzati.

Sì, gli ho voluto bene.

Sì, abbiamo avuto dei figlioli, tutti sani, grazie a Dio,

No, questa volta me ne sono andata io, per prima, e sono contenta così.

Anna MASSOBRIO

 

 

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