Qualunque cosa sogni d’intraprendere, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia. (Goethe)

 

Il ciclismo e la facilitazione sociale

In occasione della risonanza suscitata dalla Grande Boucle, il Tour di Francia 2024 che prende avvio da Firenze il 29 giugno prossimo,  riportiamo una curiosità che richiama il contributo dato dal ciclismo allo sviluppo dello studio della Psicologia e del comportamento umano.

Nel 1898, lo psicologo americano Norman Triplett stava esaminando i primati di velocità dei ciclisti e notò che molti ottenevano tempi migliori quando gareggiavano uno contro l’altro piuttosto che contro il cronometro. Questo fenomeno è noto come “facilitazione sociale”: la mera presenza degli altri ci spinge a migliorare la nostra prestazione.

Norman Triplett nacque in una fattoria vicino a Perry, Illinois, nel 1861. Nel 1898, condusse quello che Gordon Allport pare aver definito “il primo esperimento di psicologia sociale”. Il suo esperimento riguardava l’effetto di facilitazione sociale. Triplett aveva notato che i ciclisti tendono ad avere tempi più veloci quando pedalano in presenza di una controparte rispetto a quando pedalano da soli. Ha poi dimostrato questo effetto in un esperimento di laboratorio controllato e ha concluso che i bambini eseguono un semplice compito di laboratorio più velocemente in coppia rispetto a quando lo eseguono da soli.

Questa osservazione di Triplett sul comportamento dei ciclisti – che costituisce anche il primo studio-indagine nel campo della Psicologia dello Sport – portò lo psicologo ad approfondire e implementare uno dei primi esperimenti di laboratorio nel campo della psicologia sociale.

Istruì così dei bambini a riavvolgere il filo di canna da pesca il più velocemente possibile per un determinato periodo di tempo. Qualche volta due bambini lavoravano contemporaneamente nella stessa stanza, ognuno con il proprio mulinello. Altre volte lavoravano da soli. Triplett riportò che molti bambini lavoravano più velocemente nella condizione di co-azione, cioè in presenza di qualcun altro con lo stesso compito, piuttosto che quando lavoravano da soli.

Negli oltre 100 anni trascorsi dall’esperimento condotto da Triplett, molti altri studi hanno dimostrato gli effetti facilitanti della co-azione sia in soggetti umani sia in animali.

Ad esempio, le formiche operaie in gruppo scavano una quantità di sabbia per formica più di tre volte superiore a quella che scava una formica che lavora da sola (Chen, 1937); molti animali mangiano di più in presenza di altri membri della loro specie (Platt, Yaksh & Darby, 1967) e gli studenti universitari portano a termine più problemi matematici in co-azione rispetto a quando sono soli. (Allport, 1920, 1924)

Norman Triplett fu il primo a trovare risposte scientifiche al fenomeno dell’influenza sociale (esperimento del lavoro di gruppo). Zajonc introdusse poi un principio fondamentale nella materia, basandosi sulla teoria delle pulsioni di Hull-Spence. Secondo Zajonc, il pubblico, con la sua sola presenza crea negli individui uno stato di eccitazione che avrebbe come conseguenza un’attivazione della prontezza a rispondere.

L’influenza sociale viene poi distinta in base ai possibili effetti che essa può avere: effetto di facilitazione (competizione tra più individui su compiti risolvibili); effetto inibizione (compiti difficili, che è più facile risolvere da soli). Inoltre, quando si è molto preparati sull’azione da compiere, il pubblico ha un effetto di facilitazione (sostenere un esame, fare una partita, ecc., sapendo di esserne capaci); al contrario, quando non ci si sente preparati, si teme il giudizio del pubblico e si ha un effetto inibitorio.

Tuttavia, secondo Cottrell, l’avere delle persone che ci osservano, ci rende apprensivi e ci attiva in quanto vogliamo fare una bella figura in pubblico (si tratterebbe quindi di una risposta appresa e non innata). Baron aggiunse poi il principio per cui l’eccitazione sarebbe dovuta al conflitto, che scaturirebbe dalla presenza di un pubblico, tra la motivazione a prestare attenzione al giudizio del pubblico e quella di prestare attenzione al compito.

Un gruppo non solo aumenta la prontezza d’azione dei singoli, ma spesso porta anche alla perdita del senso di responsabilità individuale, a seguito di un fenomeno che Gustave Le Bon chiamò “di contagio sociale”. Festinger, Pepitone e Newcombe definirono questo fenomeno come de-individuazione, processo che porterebbe alla perdita dei freni inibitori e alla forte identificazione con gli scopi e le azioni del gruppo, con l’idea che la responsabilità sia diffusa per tutto il gruppo.

Ringelmann fu il primo a descrivere il fenomeno dell’inerzia sociale, attraverso alcuni esperimenti dimostrò che vi è una relazione inversamente proporzionale tra il numero di persone che compongono il gruppo e la prestazione dei singoli e che il risultato collettivo equivale a circa la metà della somma dell’impegno di ciascuno (se fosse solo). Egli interpretò questo fenomeno in termini di perdita o di mancanza di coordinazione.

Stroebe e Frey aggiunsero che alla perdita di coordinazione si aggiunge la perdita della motivazione, secondo quello che viene detto “effetto free-rider”.

Quindi l’influenza degli altri si esprime in termini di facilitazione sociale, la quale porta ad un miglioramento delle prestazioni se si tratta di compiti facili o prove in cui sono molto preparati. Quando invece le persone fanno parte di un team dove i loro sforzi individuali non possono essere o non sono valutati, scatta l’effetto Ringelmann e il gruppo ha un impatto in termini di indolenza sociale.

 

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

HW

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