Atto artistico, esistenziale, politico: documentare la realtà per coglierne la vera essenza, quella che sfugge agli occhi distratti o che non sarebbe altrimenti accessibile. Tra i prodotti non-fiction passati a Venezia 82 ce ne sono alcuni che varrà la pena recuperare nelle proiezioni indipendenti, sulle piattaforme streaming o nei prossimi palinsesti televisivi.
In Harà Watan (Lost Land) (Orizzonti), il regista giapponese Akio Fujimoto ha testimoniato la fuga di un gruppo di Rohingya, una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Questa etnia conta circa un milione di persone, originarie della Birmania, di religione musulmana, che non sono riconosciute da alcun Paese.
Nel docufilm alcuni individui di età diversa lasciano la loro terra natale alla ricerca di un luogo dove trovare condizioni di vita migliori. Il viaggio rivela difficoltà analoghe a quelle affrontate da tutti i migranti in fuga: imbarcazioni precarie, separazione familiare, soprusi dei trafficanti, mancanza di cibo e acqua. Il punto di vista dei protagonisti principali – una bambina e il fratellino – presenta allo spettatore una realtà sociale drammatica, in grado di scuotere e coinvolgere fuori da ogni retorica.
Con Marc by Sofia (Fuori Concorso) Sofia Coppola offre un ritratto onesto dello stilista Marc Jacobs, suo amico storico. Dal filmato emerge un processo creativo sorprendente: superato il blocco immaginativo che precede ogni collezione, il coutourier riesce a dar forma all’ispirazione, avviando la ricerca meticolosa dei tessuti perfetti per trama e colori.
Infine la sfilata, tra rappresentazione teatrale e musical: un insieme equilirato di scenografia, costumi, colonna sonora e interpretazione. Jacobs, di formazione cinematografica, si è nutrito fin da giovane del gusto e dell’energia dei musical di Bob Fosse, che hanno lasciato un’impronta evidente nel suo stile e nella sua visione estetica.
Il breve lavoro Kim Novak’s Vertigo di Alexandre O. Philippe (Fuori Concorso) punta a rivelare la personalità dell’attrice. La donna che visse due volte, insignita quest’anno al Lido del Leone d’Oro alla carriera, dialoga con il regista, e si racconta con parole toccanti. Ne emerge il ritratto di “una pittrice, una poetessa, una sopravvissuta”: un’icona che, come Greta Garbo, ha rivendicato a un certo punto il diritto di uscire di scena, per vivere finalmente secondo i propri ritmi, in armonia con la natura e in libertà.
Dichiarazioni nobili, che però si scontrano con il volto odierno smaltato dai lifting, segno di condizionamenti interiorizzati e ancora presenti. Il documentario, in fondo, è questo: uno sguardo che toglie ogni maschera, persino quelle indossate per proteggere sé stessi.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
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