” La felicità è una scelta che a volte richiede uno sforzo”

Eschilo

 

Marianna Aprile-Materiali resistenti

La conduttrice presenta il libro scritto con Luca Telese

Secondo Luca Senese, il copilot nel programma “In onda” di La7, Marianna Aprile è una bibliomane che gira con un quaderno di carta e una gomma; mentre lei si dichiara metà barese e metà cosentina, bassina, olivastra e scura. E’ questa l’introduzione della giornalista e conduttrice radiofonica e TV che ne fa Marco Zatterin, editorialista del gruppo Nord Est Multimedia (Nem).

Alla “Miniera culturale in periferia” di via Col di Lana 7, Marco Zatterin e Marianno Aprile hanno presentato il 14 scorso il saggio “Materiali resistenti. Fare la cosa giusta in un Paese che sbaglia” scritto a quattro mani “e due voci”, come dice la Aprile, stessa dai due conduttori.

Un mondo in frantumi. Un paese in panne, dove è stato “impiantato il codice dell’odio”; cinismo, frattura del tessuto sociale, guerra santa contro gli immigrati. Marianna Aprile sarà anche una bibliomane, ma non certo un topo da biblioteca. Non solo un volto televisivo, ma una giornalista, una donna che combatte in prima linea, si imbarca in una nave di migranti e vive con loro un viaggio ostico, va parlare con gli ultimi va cercare le storie di quelli che rappresentano la parte più sofferente degli italiani.

Il libro propone “una forma operosa di speranza. Per rendere questo paese un po’ migliore”

La chiave è la differenza tra resistenza e resilienza.

“La resilienza” spiega la scrittrice, “è la sorellastra truffaldina della resistenza”. Un assunto che potrebbe essere un cartello istitutivo per i nuovi resistenti.

“Sono in pericolo i nostri fondamentali” continua. Dobbiamo reagire. Da dove cominciamo? Dalle parole. Le parole a volte nascondono un inganno. La resilienza ci parla di adattamento allo stress che arriva da fuori; uno stratagemma per difenderci, per non soccombere. Ma il rischio è che chi si salva, si salvi da solo. La resistenza è un fatto necessariamente collettivo, autentico, riscalda meglio una comunità, significa una comunità che si riunisce attorno ad al nucleo dei fondamentali per lottare. Esercitando la resilienza subisci, mentre resistenza impone di esercitare una forza quasi contraria, portare la forza degli eventi dalla tua parte, impone un obiettivo comune; è attorno a quell’obiettivo, è lì che si crea una comunità. Che può anche continuare ad esistere dopo che la forza avversa contro cui hai lottato finisce.

“Dietro le parole” si inserisce Zatterin, “c’è sempre un’azione. La resilienza che menziona il PNRR forse esprime un concetto, è un po’ come nel linguaggio calcistico, primo non prenderle. C’era il Covid, una situazione finanziaria difficilissima” si doveva “reagire” di fronte alle difficoltà.

Nel libro si parla delle guerre.  Stiamo vivendo un momento in cui i parla di pace, ma Kiev viene bombardata giornalmente. “Che sensazione hai avuto alle immagini che abbiamo visto di Israele, tutti i governi del mondo schierati a favore della pace”.

“Pura gioia davanti alle immagini degli ostaggi che tornano a casa, e ai prigionieri palestinesi. Ma quale solidità di intenti e di progetto, quali saranno le conclusioni? Alcune cose viste sono oscene. Terroristi che accompagnano gli ostaggi vestiti da agente speciale. Come quelli che a Budapest accompagnavano Ilaria Salis al processo. Vedere che ad Hamas viene assegnato “pro tempore” il servizio di polizia per l’ordine pubblico” Alla faccia dell’ordine.

Come si vede la discussione sul libro è anche fonte di spunti su quanto accade nella cronaca. Zatterin: “Nel libro c’è un colloquio con Liliana Segre. Ma adesso succede che Liliana Segre va in pubblico e si sentono alcune cose a cui non avremmo neppure pensato. Parliamo della polemica sulla “gita ad Auschwitz”. Ecco, le parole. “Alcune parole sono strumento per convincere i ragazzi che l’antisemitismo è proprietà dell’antifascismo” dice l’intervistata. La risposta è imparare da Liliana Segre. Un simbolo. “E’ una che pesa le parole una per una e poi le sceglie”. La manifestazione ad Auschwitz come va vista? Velleità. Le vittime sono vittime. La frase della ministra Roccella sulla gita scolastica è una pura strumentazione della Shoah. “E,“dice Liliana Segre, “quelli che ci spingevano sui vagoni non parlavano tedesco”.

Sul tema del ritorno della gente nelle piazze: “Una folla autoconvocata. Commovente, un’energia, una sensazione di una comunità del tutto informale. L’ultimo momento in cui vedemmo le piazze piene è stato con Greta. 2019. Una leader senza potere politico, senza enfasi, quasi Gandiana, quella che ci mette la faccia. Capacità di cooptazione dell’attenzione pubblica. Un potere che ha una donna giovane. Altro che donna bellissima!

“Le piazze piene ma la gente non va a votare. E si dà appuntamento per protestare” suggerisce Zatterin.

Secondo Marianna Aprile, forse perché la dimensione della protesta è globale. Una piattaforma che non è italiana. L’attenzione è rivolta ad altro e ad altri. Istruzione, sanità…la gente non si aspetta che nella nostra politica ci siano soluzioni ai propri problemi”.

Anche sul razzismo la nostra scrittrice ha un punto di vista non banale. “Abbiamo una grande storia di migrazioni interne, il razzismo lo abbiamo coltivato in casa. Poi c’è il razzismo degli immigrati con la durezza di chi ce l’ha fatta, ha lasciato la sua terra.  Musulmani contro rumeni che non vogliono che altri portino loro via il lavoro conquistato a fatica”.

Inevitabile la domanda sulle relazioni nel talk show. Ci sono dei condizionamenti? “La nostra è una redazione di giornalisti speciali. Molto giovani. Facciamo 2 redazioni al giorno, cartoni di pizza ovunque. Senza intervento del direttore. Gli ospiti sono dei personaggi che magari passano per caso. Certo, qualcuno che si sente offeso ti prende a male parole “Ho chiamato Cairo”. “…e quindi?” Fanno leva sul fatto che siamo avventizi, non abbiamo sponsor.

Gianpaolo

gianpaolon@vicini.to.it

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*