” Siamo fatti della materia
di cui sono fatti i sogni”

William Shakespeare

 

43 TFF, “Strike”: intervista a Gabriele Berti

Divertente, originale, dissacrante: StrikeFigli di un’era sbagliata (2025) (ZIBALDONE) è stato una delle sorprese di questa edizione. Un film che “sa di buono”, che affronta il tema  delle dipendenze, tra leggerezza e riflessione. In un’estate romana, i destini degli ospiti di un SERD (Servizio per le Dipendenze)si intrecciano con quelli dei terapeuti: in un incontro umano e autentico, imparano a fidarsi l’uno dell’altro e a combattere insieme fragilità, paure e debolezze. Tra battute fulminanti e situazioni paradossali emerge il valore dell’amicizia, capace di sorprendere e di curare.  L’obiettivo dei ventottenni Gabriele Berti, Giovanni Nasta e Diego Tricarico, è compiere “un gesto che fa bene al sociale”: a volte basta un film, una sala piena, un abbraccio simbolico per sentirsi meno distanti.

Gabriele, come avete iniziato?
Eravamo bambini nella prima compagnia italiana di attori minorenni, accanto a giganti come Giorgio Albertazzi, Valeria Valeri e Paolo Ferrari. Lì è nato il sogno. Dopo il liceo ho girato Beata ignoranza di Massimiliano Bruno, che ci spinse a iscriverci alla sua accademia. Un giorno raccontai una storiella, Diego la registrò e ci accorgemmo che funzionava: la portammo in accademia, e piacque.

E così vede la luce Strike?
Esatto. Nel 2018, come opera teatrale, a Roma. Massimiliano Bruno ci ha aiutati a dar forma alla storia, offrendoci un unico, prezioso consiglio: «Siate voi stessi e collocatevi dentro un contesto sociale». Da lì abbiamo deciso di assumerci una doppia responsabilità: essere allo stesso tempo attori, registi e persino autori del progetto. Un azzardo che avrebbe potuto trasformarsi in un disastro. E invece…

Perché avete scelto di ambientare la storia in un SERD?
Perché il SERD è poco conosciuto, soprattutto tra i giovani, e volevamo affrontare il tema delle dipendenze mostrando la realtà. Visitando questi luoghi, soprattutto a Roma, ci ha colpito quanto siano periferici e difficili da raggiungere. Per questo nel film lo abbiamo reimmaginato come luogo accogliente e colorato: non uno spazio da evitare, ma un posto che aiuta a risolvere problemi che nascono fuori.

Il tono del film, infatti, è vivace, a tratti esagerato. È una scelta consapevole?
Assolutamente sì. Siamo voluti essere pop, colorati, anche un po’ “sgrammaticati”. In fondo, è come quando impari una lingua: all’inizio non conosci tutti i tempi verbali. Anche noi stiamo iniziando il nostro percorso creativo; col tempo, impareremo a “parlare” sempre meglio.

Come siete riusciti ad avere  collaborazioni importanti?
Tutto è nato in modo naturale: con Lorenzo Zurzolo c’era un legame dalla scuola di teatro, Giovanni conosceva Pilar Fogliati. La sorpresa è stata Massimo Ceccherini: gli abbiamo offerto un ruolo opposto a ciò che solitamente gli si chiede. Accanto a lui abbiamo coinvolto Matilde Gioli, Caterina Guzzanti e altri amici, mescolando professionisti e volti nuovi perfetti per i ruoli.

Cosa vi aspettate da questo film?
È un film che amiamo profondamente. Speriamo funzioni il passaparola, perché visto in sala Strike crea connessione e dialogo. Uscirà il 26 marzo con Film Club e vorremmo coinvolgere le scuole, come accadde a teatro, quando i ragazzi tornavano la sera con i genitori.

Ti è piaciuta l’esperienza al Torino Film Festival?
Molto. Torino mi ha affascinato: è la città del primo film proiettato in Italia, del primo multisala, del cono gelato, del tramezzino e del gianduiotto. Inventare qualcosa che manca: un po’ come fa  il cinema. Al festival ci siamo sentiti parte di una grande squadra, anche se la firma resta la nostra, di noi tre. Vogliamo far conoscere chi siamo e ciò che vogliamo raccontare: semplicemente la vita, ma con un pizzico di magia.

Anna SCOTTON

annas@vicini.to.it

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