Il Torino Film Festival apre una finestra su mondi dominati da regole sociali rigide, tiranniche, che intrappolano gli individui, e lo fa attraverso opere cinematografiche che ammoniscono sugli effetti di tali costrizioni e sulla perdita di libertà. In Diya, di Achille Ronaimou (CONCORSO LUNGOMETRAGGI), l’autista Dane, distratto per un attimo dal cellulare, investe un bambino. La famiglia della vittima reclama un risarcimento invocando la “diya”, una forma di riparazione che vige in Ciad, nota come ‘prezzo del sangue’. Per Dane inizia così una discesa agli inferi, imprigionato nelle conseguenze irreversibili del suo gesto. Un sistema arcaico, in cui gli obblighi inderogabili della tradizione si intrecciano con l’avidità dei singoli, lo condanna a un destino senza via d’uscita.
Una prigionia diversa, ma altrettanto soffocante, è quella vissuta da Leyla nell’Afghanistan appena ricaduto sotto il dominio talebano. Sopravvissuta al massacro della propria famiglia, cerca disperatamente il figlio scomparso, Omid. In una società totalitaria e profondamente maschilista, che nega alle donne ogni forma di autonomia, Leyla è costretta a travestirsi da uomo, per potersi muovere liberamente. È questo lo scenario di Cinema Jazireh (CONCORSO LUNGOMETRAGGI), della regista turca Gözde Kural, che mette in evidenza le contraddizioni di un mondo segnato da severe restrizioni, soprattutto contro donne e bambine, escluse da istruzione, lavoro e diritti fondamentali. Ma in una realtà costruita su ruoli rigidi si generano inevitabilmente spazi diversi di trasgressione e resistenza: dietro la facciata di disciplina e controllo imposta dall’integralismo emergono zone d’ombra in cui si consumano forme di infrazione dalle norme e abusi.
I due film presentati si distinguono per la capacità di far emergere, con singolarità e forza, il ritratto di due universi oppressivi, speculari, in cui i destini di Dane e Leyla non sono illuminati dalla luce della speranza.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
Lascia un commento