Cosa sta cambiando nella Russia di oggi? La Russia ha sempre avuto un ruolo internazionale, anche nell’ambito dei BRICS, in un certo momento storico ha partecipato alle riunioni del G7. Cosa possiamo dire della Russia oggi, mettendo da parte la propaganda?
E’ quanto si propone di spiegare il saggio “Russia, l’Impero che non sa morire”della scrittrice Anna Zafesova, giornalista de “La stampa”, esperta della Russia post sovietica, presentato l’11 scorso presso “la Miniera culturale in periferia” di Via Col di Lana 7. Dialoga con l’autrice Marco Imarisio, inviato speciale de “Il Corriere della Sera”.
Secondo Anna Zafesova, se vogliamo condensare in una sola parola in cosa si riconosce la Russia è “una mentalità imperiale”. La Russia stava uscendo proprio passato, imboccando la strada della democrazia, poi questo percorso si è arrestato e involuto fino ad invadere l’Ucraina, facendo un passo indietro rispetto alla Storia. Perché?
“Si tratta anche della conoscenza del passato”, spiega Marco Imarisio.“Occorre ragionare sulle cause di come avvenga un così brusco arresto. Questo libro è un resoconto che spiega come ci si sia arrivati”
Il governo di un uomo forte con un dominio accentrato esisteva sia in epoca zarista sia in quella comunista. La percezione consisteva nell’idea che il pericolo venisse da ovest: il governo zarista era espresso da un ristretto gruppo di nobili mentre nella società civile l’organizzazione era affidata ad un patriarca. L’autocrazia, con una corte di oligarchi, era una psicologia politica ricorrente.
Gorbaciov rappresenta una discontinuità. Apertura a una maggiore libertà individuale, ma al di là delle riforme più o meno di successo, non è leader dalle decisioni salde.
Gli anni dal 91 al 98 furono anni di turbolenze. La Russia si era avviata alla democrazia ma per i russi fu un incubo. “Con Eltsin, uomo ormai incapace di essere presente a se stesso” chiarisce Imarisio “il ruolo degli oligarchi si rafforza”. Ma il potere era assente. L’apparato statale era allo sbando. Tutto era corruzione, mazzette giravano dappertutto, anche una multa passava attraverso una mazzetta. Ne consegue la percezione dei cittadini russi di oggi di un potere centrale ferreo ma giusto, qualcuno che comanda ma ne ha il diritto.
In un quarto di secolo, anni 80 e 90 il benessere dei russi era aumentato di tre volte. Da quel periodo, solo durante il primo mandato di Putin, dal 1999 in avanti, l’economia fa nuovamente un balzo in avanti, con il PIL a parità di potere d’acquisto aumentato di oltre il 70%. Sempre dovuto al binomio petrolio-Cina, ma il cittadino attribuisce il merito al governo.
La memoria circoscritta
È un mondo, una civiltà che anche oggi fa uso della memoria e si incentra sulla memoria della “grande guerra patriottica” del 1941-45, quella della mitica battaglia di Kursk. I ragazzi delle scuole sono bersagliati dalle informazioni sulla guerra, sanno tutto su quanti carri armati erano stati lanciati nella difesa della patria ma La guerra è causata dall’aggressione a tradimento di Hitler. Non c’è dunque in Russia un intermediario che abbia riscontri tra il passato e il presente. “Questo si è visto nello stesso incontro in Alaska con Trump, dove Putin raccontava, con decine di fogli, storie di un passato idealizzato. “Nessuno parla dei gulag” cita Zafesova.
Quindi i Russi si sentono unici depositari di questa eredità. E tuttavia l’eredità di Putin è anche la guerra in Cecenia, poi c’ è la Georgia. Ha bisogno di questo è un suo modo di esistere. Serve un nemico. Un nemico comune.
Suprematismo
“Si aggiunge anche un elemento di autostima” aggiunge la scrittrice. La perestrojka ha l’unico merito di liberalizzare il mercato. Nascono molte cooperative. La Russia diventa un paese giusto, forse più giusto dell’America. Di contro. l’uscita dall’Afghanistan, la sconfitta dei generali, diventano una ferita all’autostima del popolo. E oggi diventa un culto, non più la Rivoluzione d’Ottobre, ma la grande guerra patriottica, che diventa elemento fondante e da qui le pretese di supremazia. Putin detesta persino Lenin perché aveva dato troppo potere ai non russi. Nella riforma costituzionale operata da Putin nel 2020 diventa norma la inalienabilità dei territori acquisiti dalla Federazione Russa.
Noi occidentali
Ma quanto siamo stati ciechi noi occidentali? Si chiede la scrittrice. Ciechi quanto abbiamo voluto esserlo. Giornali, corrispondenti esteri: si veda il caso Crimea. Un processo di acquisizione della Crimea era partito da tempo; all’epoca arrivavano delegazioni occidentali che non sembravano notare il cambiamento di regime. Nel 2014 c’è una visita di una delegazione governativa (governo Renzi) e lì viene loro chiesto di non parlare di diritti umani, cosa che viene accettata senza batter ciglio. Il dominio diventa fonte di torsioni autoritarie. L’Occidente pensa che la caduta del Muro di Berlino sia la fine della storia, poi arriva Putin e non suscita nessuna preoccupazione; per vent’anni Putin è un alleato, lo stesso Trump nel suo primo mandato lo invita a combattere l’ISIS, gli americani volavano nello spazio russo senza problemi. Putin oggi afferma con sicumera che l’Iran non diventerà mai una potenza nucleare. Per l’Occidente si trattava di tenere a bada i movimenti che accadevano in Asia; certo, Putin era un leader di cui non ci si può fidare, ma era utile. Di fatto, sul nucleare gli accordi precedenti sono saltati, e, come impianto del diritto internazionale sul controllo, siamo tornati al 1984.
Futuro dell’Ucraina e discriminazione
Marco interviene “Questo libro è anche un po’ il futuro dell’Ucraina. I russi hanno una percezione distorta nei confronti degli ucraini; un po’ come vengono visti gli europei: sì, gli ucraini sono colti, fanno tante cose che noi non facciamo, sono anche simpatici come gli italiani ma… inaffidabili.
Per Anna Zafesova la maggioranza dei russi ritiene gli ucraini “russi”. Li hanno russificati; certo, pensano, hanno una lingua propria ma sono russi dentro, non hanno una cultura propria; è difficile persino riconoscere gli uni dagli altri, gli ucraini dai russi. Molti militari russi hanno studiato in Ucraina e adesso quello che sta succedendo è che i russi bombardano le città dove abitano gli zii, i cugini. Non è così per altre nazionalità della Federazione, ad esempio i georgiani non sono russi. Dire che l’Ucraina faccia parte dell’Unione europea per loro è un non senso…
Tuttavia questa percezione non comportava la guerra: i russi non sono disponibili a uccidere gli ucraini. Forse pensavano di lasciare le decisioni sulle dispute territoriali in tempi successivi, alle generazioni future. Invece Putin rompe gli indugi.
Marco Imarisio si inserisce. “Questo è il modo in cui hanno i russi di guardare agli ucraini: Krusciov era ucraino e veniva costantemente umiliato, costretto, nelle serate di gozzovigli del politburo, a ballare per far divertire i compagni. Anche questo dà l’dea di come noi siamo stati impreparati.
“Quindi come dare una lettura per questa situazione? “Si chiede la scrittrice. “Noi la vediamo in una chiave contemporanea, l’indipendenza per l’Ucraina così come la Lituania, la Polonia; gli ucraini vedono la propria emancipazione; ma per la Russia rimane il mito dell’impero, e per loro questa è una questione identitaria. Putin ha consolidato questa percezione. Un Gorbaciov non si ripeterà, chiunque sarà il prossimo governante della Russia ingranerà una retromarcia ma, per i russi, ci vorranno anni. Magari crisi economiche. Come fu per il fallimento del regime socialista, gli oligarchi vorranno tornare ai loro yacht, alle loro ville a Forte dei Marmi. Come ne usciranno? Probabilmente come nell’Afghanistan. Putin non è così onnipotente come ad esempio era Breznev che era aveva sotto controllo l’intero politburo. Quella di Putin oggi è più simile a una corte. Uno zar, appunto.
Forse l’opposizione…
“L’importanza che viene data all’opposizione estera è illusoria. La percezione dei russi è quella degli slavi, un popolo superiore”. Marco Imarisio racconta che, mentre sta partendo dalla Russia, saluta il concierge dell’hotel e ringrazia la donna delle pulizie: il concierge, che è pur sempre un dipendente, gli dice che non si fa, non si fa perché lei è del Tagikistan.
C’è stata una protesta, ma si tratta pur sempre di poche migliaia di persone. Molti russi in realtà sono fuggiti per non fare il militare, ma non è questo ciò che cambia la prospettiva. Un’offensiva non è pensabile, ma infliggere delle sconfitte alla Russia potrà rendere possibile un cambiamento.
Secondo l’intervistatore, anche l’aspetto economico potrebbe giocare a favore. Però non è così sicuro, tra economia e guerra giusta vince la guerra. Forse l’economia interna accelererà il processo. “Un’amica fuggita dalla Siberia, diceva che lì non c’era più il carbone, non c’era la raccolta rifiuti, le strade non venivano asfaltate, eppure anche lì ogni settimana c’è un tributo di militari morti, eroici patrioti”. Putin sta pagando cara questa guerra: il 40 % del PIL russo viene utilizzato per le spese militari. La Russia ha il 150 % in più di importazioni. E’diventato più faticoso vendere il petrolio russo; ci sono i costi delle triangolazioni, costano di più le assicurazioni quindi il costo aumenta e la differenza di utili su cui si può contare per finanziare la guerra diventa sempre più ristretto.
L’Europa
L’Europa c’è. L’Europa aiuta più degli Stati Uniti, se non ci fosse stata l’Europa quando Trump sosteneva la tesi che bisognava chiudere comunque, probabilmente la guerra sarebbe finita, ma a che prezzo. Noi rappresentiamo tutto ciò che fa paura. C’è ancora lo spirito del nazionalismo dell’Unione Sovietica. Nel pensiero di Navalny la grandezza di un popolo non si misura nell’orgoglio ma in strade, strutture. Ma intorno al corpo della Russia, l’antica Unione Sovietica potrebbe espandersi verso il Caucaso, la Cecenia, la Moldova.
Marco Imarisio: “Concludendo, forse Putin è solo un incidente della storia, un passaggio”. La visione eurasiatica della Russia non è nuova; tuttavia, rispetto al passato, continuano a tenersi buoni gli Stati Uniti. Ma quanto vale questo ordine del mondo si vede dall’economia. Gazprom in questi anni doveva raggiungere il valore di un milione di dollari, Apple ha raggiunto la valorizzazione di tre trilioni.
Mentre i Russi comprano dagli Stati Uniti il pane.
Gianpaolo Nardi
gianpaolon@vicini.to.it
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