Ancora in programmazione nella nostra città, in una sola sala, ma non molla, in virtù dei meriti indubbi e del passaparola: è l’ultimo film di Jafar Panahi. Il regista iraniano, che continua a realizzare i suoi lavori in modi rocamboleschi nonostante i divieti del regime, firma qui una storia che intreccia thriller, commedia e dilemma morale, raggiungendo un equilibrio perfetto.
Teheran: in seguito a un guasto automobilistico, un meccanico incrocia per caso quello che era stato il suo aguzzino in prigione. Lo cattura, deciso a pareggiare i conti, ma l’uomo nega tutto, si dichiara oggetto di uno scambio di persona e implora di essere creduto. Incerto, il rapitore convoca allora un gruppo di ex vittime come lui affinché lo aiutino a identificare il torturatore e a decidere il da farsi.
Da qui si apre un racconto che, tra dramma e farsa, interroga non solo i personaggi ma anche gli spettatori: cos’è la giustizia? Fino a che punto può spingersi la vendetta? Quale umanità resta in noi quando riaffiorano le nostre ferite più profonde?
Il film riflette sul senso della reciprocità, sulla responsabilità personale e sulla scelta della restituzione del male subito. Il regime degli ayatollah resta sullo sfondo, ma non è il vero tema: il contesto diventa piuttosto il simbolo di ogni assolutismo o dittatura. Ciò che conta sono i protagonisti: attori ben assortiti per ruoli veritieri, umani, imperfetti pur nelle loro peculiarità e specchio delle nostre contraddizioni. Si prova per loro immedesimazione, tenerezza, persino complicità.
Panahi gira in condizioni proibitive: si appoggia a troupe minuscole, composte da collaboratori fidati; utilizza appartamenti privati, automobili e spazi difficili da identificare e controllare; affida parte del montaggio a collaboratori all’estero. In passato ha perfino fatto uscire il materiale dal paese di nascosto, come accadde con la celebre chiavetta usb nascosta in una torta per This Is Not a Film.
Protetto dalla visibilità data dai Festival – Un semplice incidente ha conquistato la Palma d’oro a Cannes e rappresenterà la Francia agli Oscar, paese che ne ha cofinanziato la produzione – e dalla rete internazionale dei cineasti, Panahi continua a fare del cinema un atto di resistenza civile come ha raccontato a Cecilia Sala nell’interessante intervista per il podcast “Stories” . E quando la denuncia si colora di sberleffo diventa ancora più efficace.
Da non perdere.
In programmazione a Torino.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
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