La comicità, attraverso ironia e perseveranza, può favorire consapevolezza, dialogo e comprensione. Ne è convinta Margherita Tercon, cofondatrice dei Terconauti, insieme a suo fratello Damiano e al suo compagno Philipp Carboni. Il trio, ospite al DisFestival, è diventato negli anni un punto di riferimento nel racconto della disabilità attraverso linguaggi innovativi, accessibili e profondamente umani. Con ironia, intelligenza e autenticità, gli artisti utilizzano la comicità come strumento di divulgazione e sensibilizzazione, mettendo in discussione stereotipi radicati e offrendo nuovi punti di vista sull’autismo e sulla cosiddetta “normalità”. Abbiamo riflettuto con Margherita sull’umorismo come strumento educativo, sui limiti dell’ironia e sull’equilibrio tra vita privata e lavoro.
Cosa vi spinge a portare la disabilità sul palco in chiave comica?
Portare la disabilità sul palco attraverso la comicità nasce innanzitutto dal nostro modo di essere e di guardare il mondo. Cerchiamo sempre di osservare le cose anche da una prospettiva positiva. Inoltre, crediamo molto nel potere della comicità come strumento di comunicazione: raccontare temi complessi in modo leggero e divertente permette di avvicinare anche chi, altrimenti, non si interesserebbe a questi argomenti. L’ironia rende tutto più accessibile, aiuta a comprendere senza appesantire e si rivela un mezzo efficace per sensibilizzare e informare.
Ci sono stereotipi che cercate consapevolmente di decostruire attraverso la comicità?
Uno degli stereotipi principali che cerchiamo di abbattere è il pietismo. Quando una persona viene vista come “poverina”, incapace di fare qualcosa, le si impongono dei limiti ancora prima di conoscerla. Spesso la disabilità viene messa davanti alla persona, mentre per noi è fondamentale ricordare che si ha sempre davanti un individuo con un carattere, dei sogni e dei desideri. Un altro aspetto molto diffuso è l’infantilizzazione, che va evitata. Ogni disabilità ha poi i suoi stereotipi specifici: quelli legati alla disabilità motoria, all’autismo, alle disabilità intellettive o a quelle invisibili. In questi ultimi casi, addirittura, capita spesso che vengano negate. È importante invece riconoscerle, soprattutto quando è la persona stessa a raccontarle, senza invalidarne l’esperienza.
Pensi che la comicità sulla disabilità debba avere dei limiti?
Fare comicità è giusto e tutti dovrebbero avere la possibilità di esprimersi anche attraverso l’ironia, ma sempre nel rispetto delle persone. Spesso si confonde l’ironia con la presa in giro, che sono due cose completamente diverse. La comicità deve essere intelligente e rispettosa. Nel nostro lavoro, ad esempio, non prendiamo mai in giro l’autismo o le persone autistiche. Piuttosto, osserviamo l’autismo e ciò che viene considerato “normalità” da un punto di vista diverso, mettendo ironicamente in discussione lo sguardo dominante, ma mai la persona. Il giudizio e la derisione non fanno parte del nostro modo di fare comicità.
La vostra ironia è nata come meccanismo di difesa o come strumento di divulgazione consapevole?
Direi soprattutto come strumento di divulgazione. Permettere a Damiano, che spesso è stato oggetto di prese di mira, di raccontarsi in modo ironico e divertente aiuta moltissime persone a capire meglio. In alcuni contesti l’ironia può anche diventare una risposta, ma il nostro obiettivo principale non è rispondere, bensì far comprendere. La priorità resta sempre quella di comunicare e spiegare.
Che consiglio daresti a un insegnante?
Non è semplice, perché ogni persona è diversa. Sicuramente è fondamentale tenere conto delle specificità di ciascun individuo, ascoltare e cercare di comprendere le sue particolarità. Servono molta pazienza e la capacità di gestire la frustrazione. Le capacità variano da persona a persona e non bisogna pretendere di cambiarle. Educare è un percorso complesso, che richiede tempo, spesso molto di più per alcune persone rispetto ad altre. Ci saranno momenti di grande frustrazione, ma anche piccole conquiste che regalano soddisfazioni enormi. Forse è importante concentrarsi più sulle piccole conquiste che sulle grandi, perché passo dopo passo si arriva lontano.
Qual è il “mantra” che usate quando le cose non vanno come previsto?
Come dice spesso Damiano, ed è una frase che compare anche nel film “La vita da grandi”: “Ci proviamo un’altra volta, poi un’altra ancora, poi un’altra ancora…finché non verremo a mancare” …
Quanto è importante per voi mantenere uno spazio di “non-lavoro” e come lo gestite?
Su questo dobbiamo ammettere di non essere molto bravi. Sappiamo che è importante e ce lo dicono spesso, ma dobbiamo ancora imparare a metterlo davvero in pratica. Damiano, in realtà, è bravissimo a godersi il tempo libero, se lo gode proprio da morire. Io e Philipp, invece, essendo molto coinvolti nella gestione del lavoro, facciamo più fatica a bilanciare lavoro e pausa. È impegnativo, ma facciamo qualcosa che ci piace davvero, quindi, non lo viviamo come un peso: quello che dobbiamo migliorare è riuscire a condividere del tempo anche al di fuori del lavoro.
Silvia Destro
silviad@vicini.to.it
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