Quando morì Giulia di Barolo, nelle strade, nelle carceri, nei ricoveri per le ragazze abbandonate, la voce era una sola: «Il Paradiso se l’è guadagnato con la sua carità». Non si piangeva una marchesa, ma una madre. Giulia Colbert Falletti di Barolo (1785–1864), nobile di nascita e riformatrice per vocazione, è una delle figure più alte dell’Ottocento torinese. Pronipote di Jean-Baptiste Colbert, ministro di Luigi XIV, sposò nel 1806 il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo e si stabilì a Torino nel 1814. Da allora trasformò il proprio rango in servizio, unendo fede profonda e visione della giustizia sociale molto prima che esistesse la parola “welfare”.
La svolta avvenne nel 1814, quando la protesta disperata di un detenuto dalle Carceri Senatorie – «La zuppa voglio, non il Viatico!» – la spinse a entrarvi. Ciò che vide la sconvolse: degrado, umiliazione, abbandono umano. Nelle sue Memorie scrisse parole di straordinaria modernità, riconoscendo nelle detenute persone da rieducare e non solo da punire. Come Beccaria mezzo secolo prima, Giulia intuì che la giustizia senza umanità genera solo altri mali.
Passò giorni interi nelle carceri femminili, condividendo cibo, dolore e insulti. Scelse la via del dialogo e dell’ascolto: «Mai l’orrore del crimine faccia trattare con disprezzo il criminale». Ottenne nel 1821 il carcere delle Forzate in via San Domenico (ora abitazione civile), lo trasformò con risorse proprie in un modello europeo: igiene, cure mediche, lavoro retribuito, istruzione e persino un regolamento discusso con le detenute. Un osservatore inglese lo definì il carcere moralmente migliore d’Europa.
Accanto all’opera carceraria, Giulia fondò una rete incredibile di istituzioni: scuole per ragazze povere, il Rifugio per ex carcerate e giovani a rischio, istituti religiosi femminili, case-famiglia per adolescenti lavoratrici, l’Ospedaletto di Santa Filomena per ragazze disabili, primo nel suo genere a Torino. Durante l’epidemia di colera del 1835 tornò in città per assistere i malati, mentre il marito promosse la colonna votiva in piazza Consolata.
Il loro salotto fu centro di cultura e impegno civile: Cavour, Balbo, Santarosa, Pellico. Proprio Giulia incoraggiò Silvio Pellico a pubblicare Le mie prigioni, libro che scosse l’Europa più di una sconfitta militare, come ammise lo stesso Metternich.
Alla morte del marito nel 1838, Giulia intensificò ulteriormente la sua opera, ritirandosi dalla mondanità. Morì il 19 gennaio 1864, a 78 anni: ai funerali, fu salutata da una folla immensa.
Torino le renderà finalmente omaggio il 17 gennaio, quando sarà inaugurato – all’interno di Palazzo Falletti di Barolo, nell’angolo tra via Corte d’Appello e via delle Orfane – il primo monumento pubblico cittadino dedicato a una donna: la “marchesa dei poveri”, che elevò la filantropia a autentica riforma sociale e civile.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it
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