Arundhati Roy , scrittrice indiana, vince nel 1997 il Booker Prize con il suo romanzo d’esordio, “Il dio delle piccole cose”, pubblicato nel 1997, libro meraviglioso che ottiene un successo a livello mondiale.
Nel suo nuovo libro, “Il mio rifugio e la mia tempesta”, Arundhati Roy racconta la sua vita, le sue battaglie e, soprattutto, parla di sua madre, venuta a mancare, con cui, sin dall’infanzia, ha avuto un rapporto conflittuale ma di grande intensità.
Attraverso il racconto di una relazione segnata da dolore, ammirazione e ribellione, la scrittrice indiana trasforma la memoria familiare in un atto di riconciliazione e di riflessione sul potere salvifico della scrittura.
L’autrice dipinge un ritratto nitido di Mary Roy, una madre imponente e contraddittoria: una femminista, un’insegnante che ha costruito la sua scuola mattone su mattone e ne ha aperto le porte a un’intera regione ; un’attivista che ha combattuto per i diritti di tutte le donne cristiane in India. Eppure una donna dura con i suoi figli, Arundhati e Lalith, dall’umore variabile, come il tempo, dagli accessi di rabbia indimenticabili , ma anche dalla grande generosità d’animo.
Una madre che la spinge a vivere lontana da lei, a trovare se stessa al di fuori della famiglia , “che riesce a creare un legame indissolubile , fatto di distanza ma anche di bisogno di tornare.
La vita di Arundhati Roy si dipana tra il Kerala verde smeraldo, il Goa degli hippy, l’Italia, il cinema, e la scrittura che, a poco, a poco, torna a bussare alla sua porta.
Quella madre distante e arrabbiata la sostiene nel suo percorso, a modo suo.
Arundhati Roy racconta con grazia l’arrivo della fama, con il Booker Prize, . La pubblicazione del Il dio delle piccole cose arriva a trentasei anni, all’improvviso, fulminea come solo la dea bendata sa essere. E la fama internazionale la segue immediatamente: “Grazie a Dio siamo ricchi”, dice l’amico di una vita Golak. E questa ricchezza, questo nuovo privilegio, unito a grandi cambiamenti nella sua vita, smuovono dentro di lei una nuova consapevolezza, una nuova fuga.
Arundhati Roy ha abbracciato quanto di Roy c’era in lei, della signora Roy, sua madre. Da sempre politicamente impegnata, dopo l’uscita di Il dio delle piccole cose, la scrittrice attraverso la sua arte si dedica alle battaglie di cui sente il richiamo. Gli anni 2000 sono per lei l’inizio di una nuova fase, liberatoria, ma che la porterà spesso a confrontarsi con la giustizia indiana. Per il bene comune è solo il primo di una serie di reportage sul Narmada, per raccontare il movimento anti-dighe.
Più la sua esperienza di attivista cresce, più il legame con sua madre le diventa chiaro, prende contorni nitidi, anche se continua a essere faticoso e tagliente. Come se scoprisse il perché di alcune sue azioni, la motivazione profonda che la spinge a cercare qualcosa di più, a fuggire, a pretendere la giustizia. Nonostante la rabbia, nonostante il passato, Mary Roy rimane per lei una figura di riferimento, di cui nutrirsi, provando a tenere una giusta distanza.
Non c’è mai vero giudizio nelle sue parole, mai un vero e proprio distacco. C’è compassione, c’è dolore, e c’è un’immensa umanità. Per Mary Roy, certo, ma anche per “Micky”, suo padre, un alcolista magnetico e sbruffone, che conosce a vent’anni. Non c’è odio, ma solo tenerezza per lo zio G. Isaac, in eterna lotta contro sua madre.
È proprio questa, forse, la cosa più sorprendente di Il mio rifugio e la mia tempesta, lo spazio dilatato che, nella scrittura, la vita di ognuno di questi personaggi, di queste persone, assume all’interno della storia di Arundhati Roy, che li accoglie, li osserva, e prova a non giudicare mai.
Maria Cristina Bozzo
cristinab@vicini.to.it
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