C’era, applauditissimo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella stamattina al Teatro Carignano ad assistere alla Lectio Magistralis tenuta da Gustavo Zagrebelsky, per i cento anni dalla morte di Piero Gobetti. (1926/2026)
L’evento, organizzato dal centro Gobetti inaugura le celebrazioni per la ricorrenza.
L’inizio dell’evento è stato preceduto dalla cerimonia di annullo del francobollo commemorativo, emesso in data 16 febbraio 2026.
Ad aprire l’incontro è stato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Stefano Tallia, che ha ricordato “un triennio di iniziative fino al 2028”. Nel suo intervento ha menzionato anche il prezzo dell’informazione nel mondo: 101 giornalisti uccisi nel 2025 e quattro già nei primi mesi del 2026, “donne e uomini che hanno tenuto accesa la luce nelle parti più difficili del globo”.
Inoltre, tra i tanti “mestieri” che Piero Gobetti ha coltivato nella sua breve esistenza, insieme a quello di editore, anche il suo modo di esercitare la professione di giornalista ha rappresentato nella cultura italiana un modello “ideale”.
Gobetti in soli sette anni della sua vita è stato fondatore di giornali, direttore di riviste e collaboratore di numerose testate giornalistiche.
Il sindaco Lo Russo ha sottolineato che si vivono tempi segnati da conflitti, da fragilità democratiche e da una diffusa sfiducia nelle istituzioni da cui deriva la tentazione di semplificare le complessità, di alimentare divisioni, di usare la paura come leva politica.
“Aveva già compreso ciò che i suoi contemporanei non vollero vedere: sulla paura si costruisce il consenso per misure che limitano i diritti”.
In questo contesto il pensiero e l’esempio di Piero Gobetti rimangono sorprendentemente attuali e invitano a una vigilanza costante.
Il Professor Zagrebelsky ha evidenziato come “Nella lettera da Parigi dell’ottobre del 25 considerata una sorta di testamento spirituale pubblicata sull’ultimo numero della sua rivista, Rivoluzione liberale, scrive di non coltivare rosee speranze, di non credere che il fascismo si abbatte con le astuzie parlamentari o con i colpi di mano. Parla di amore per l’Italia con orgoglio di europei e con la fiera passione dell’esule in patria. Parole che potrebbero sembrare retoriche se non fosse che proprio quel numero della sua rivista fu l’ultimo: egli indebolito nel fisico e colpito dalla violenza squadristica, il 3 febbraio del 26 avrebbe cercato riparo a Parigi dove contava di continuare la sua opera di editore da un luogo dove si respirava ancora aria di libertà. Pochi giorni dopo vi morì in solitudine, lontano da Torino”.

E ancora attuale l’analisi che del suo pensiero fece Antonio Gramsci nei “Quaderni dal carcere”. I due intellettuali si conoscevano e si stimavano a vicenda: “Con la rivoluzione liberale di Piero Gobetti avviene un innovazione fondamentale, il termine liberalismo viene interpretato nel senso più filosofico e più astratto. Dal concetto di libertà nei termini tradizionali della personalità individuale si passa al concetto di libertà nei termini di personalità collettiva dei grandi gruppi sociali e della gara non più tre individui ma tra gruppi sociali”. Nella sua lunga e dettagliata esposizione Zagrebelsky ribadisce che Gobetti aveva sottolineato da Parigi come fosse necessario lavorare con spirito di lealtà e superare le divisioni, senza farsi illusioni di un successo immediato contro il regime. “Si lavora a lunga scadenza per una lotta politica più seria e dignitosa, intanto il compito di rivoluzione liberale noi lo vediamo in questo: creare tra i giovani indistintamente di tutti i partiti che si oppongono al fascismo un’atmosfera di gravità critica e una comune volontà di lotta senza preoccupazioni parlamentari e senza possibilità di compromesso”.
In un presente attraversato da conflitti, fragilità istituzionali e tentazioni semplificatrici, il messaggio di Gobetti resta un invito alla responsabilità civica.
Torino, sua città natale, ne custodisce la memoria come parte viva della propria identità ricordandone un assioma fondamentale: la cultura è uno strumento essenziale di emancipazione civile.
Giulia Torri
giuliat@vicini.to.it
Lascia un commento