53 a 46. Non un risultato risicato, come molti avevano previsto, ma un rifiuto inequivocabile della riforma sulla separazione e sull’assetto dei poteri nella magistratura. La Costituzione Italiana percepita dai cittadini come un bene prezioso, da maneggiare con cautela e rispetto. Non hanno certo giovato toni scomposti e “voci dal sen fuggite” di esponenti della maggioranza che lasciavano emergere, più che un progetto di modernizzazione, l’intento di comprimere il potere giudiziario. In questo contesto, il commento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in grigio penitenziale appare carico di ambiguità: il possibile riconoscimento, anche implicito, di un errore? Al di là delle interpretazioni, resta però centrale l’esigenza di una giustizia maggiormente rapida, efficiente, accessibile e uguale per tutti. Allo stesso tempo, il risultato apre un interrogativo politico più ampio: se le opposizioni siano in grado di costruire per il futuro, a partire da qui, una proposta alternativa credibile, fondata su una visione unitaria e meno segnata da divisioni e individualismi. Ne parliamo con Maria Luisa Mattiuzzo, già preside, amministratrice presso il comune di Collegno e esponente del “Comitato per il No”.
Mattiuzzo, cosa significa quest’ esito referendario?
Il responso delle urne riflette un voto pensato, espresso con coscienza. Non esprime solo affetto per la nostra Costituzione, ma ne restituisce il valore politico: così come è impostata, essa garantisce la separazione dei poteri, i quali – se sono in equilibrio tra loro – permettono un livello di democrazia molto alto. Attualmente ci troviamo in una situazione in cui il potere legislativo risulta fortemente ridimensionato a favore del potere esecutivo, anche attraverso l’utilizzo dei decreti legge. In questo contesto, sarebbe stato problematico intervenire ulteriormente su quello che viene comunemente definito come il “potere” della magistratura, che può essere più propriamente inteso come una responsabilità, ossia quella di garantire il rispetto delle leggi. Va inoltre sottolineato come la nostra Costituzione rappresenti un testo di grande valore, anche per la sua formulazione: è scritta con un linguaggio semplice e chiaro, pensata per essere accessibile a tutti i cittadini.
Il voto dei giovani è stato indicato da alcuni come una sorpresa.
In realtà non lo è. I giovani evidenziano capacità di comprensione e attenzione verso le questioni rilevanti, pur mostrando una minore adesione ai partiti tradizionali. Tuttavia, sui grandi temi, anche di carattere internazionale — dalle guerre ai genocidi — manifestano una chiara consapevolezza e sanno assumere posizioni definite. Inoltre, mostrano una particolare sensibilità quando percepiscono la sottrazione di un diritto. Gli studenti universitari fuori sede, ad esempio, sono stati fortemente penalizzati: per votare avrebbero dovuto rientrare nel luogo di residenza, con costi di viaggio spesso elevati e gravosi per le famiglie. Non consentire loro di votare dal luogo in cui studiano o lavorano ha rappresentato una limitazione significativa. Questa situazione appare ancora più contraddittoria se si considera che i cittadini italiani residenti all’estero hanno potuto votare, mentre chi risiede in Italia ma si trova lontano per motivi di studio o lavoro non ha avuto la stessa possibilità.
Ma la partecipazione ampia non è stata solo dei giovani...
Infatti sono tornati alle urne, o vi si sono recati per la prima volta, anche molti cittadini che in precedenza avevano scelto di non votare per motivi politici o per sfiducia nel sistema dei partiti. In questa occasione, sia i giovani sia una parte dell’elettorato tradizionalmente astensionista hanno risposto alla chiamata al voto.
Che cosa si può fare per migliorare davvero la giustizia in Italia?
Per rispondere ai bisogni reali dei cittadini è necessario snellire i percorsi processuali e garantire una maggiore disponibilità di personale, così da consentire lo svolgimento dei processi in tempi più rapidi. Non considero il problema di natura prevalentemente legislativa; sono piuttosto convinta che riguardi aspetti tecnici, organizzativi e di finanziamento. In molti tribunali, ad esempio, i sistemi informatici non sono adeguati ai tempi e presentano criticità rilevanti. Il potere esecutivo ha la possibilità di intervenire attraverso maggiori stanziamenti, un’organizzazione più efficiente e una gestione più moderna.
Possiamo definire politico il responso popolare?
Sì, certamente, almeno in un’accezione ampia di politica, rifacendosi al pensiero di Norberto Bobbio e Gustavo Zagrebelsky, una politica intesa come cura del bene comune, gestione della collettività e costruzione di una visione condivisa della società. La Costituzione stessa esprime una visione del mondo e, quando i cittadini intervengono su un cambiamento, partecipano direttamente alla sua definizione. Il referendum rappresenta uno degli strumenti più rilevanti di democrazia diretta, poiché consente ai cittadini di pronunciarsi senza mediazioni; per questo motivo, il suo esito ha una natura profondamente politica. Se invece si adotta un significato più ristretto di “politico”, legato agli equilibri tra partiti o agli assetti di governo, la questione si colloca su un piano diverso. Resta però evidente che i cittadini partecipano quando percepiscono il loro contributo come realmente utile e non come strumentale a logiche di parte.
L’orientamento emerso dal voto può essere interpretato come un messaggio all’opposizione?
Più che un messaggio all’opposizione, sembra essere un’affermazione di valori: attaccamento alla democrazia, alla libertà e alla facoltà di espressione. Alcuni segnali del dibattito recente hanno suscitato preoccupazione, richiamando alla memoria momenti storici in cui le libertà sono state progressivamente limitate. L’Italia conserva ancora questa coscienza, legata all’esperienza del fascismo e alle sue derive autoritarie. È una memoria che richiama figure come Giacomo Matteotti, simbolo – e non il solo – della difesa della libertà e del prezzo pagato da chi si è opposto.
Anna SCOTTON
annas@vicini.to.it
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