Nick Brandt lavora da anni a comporre serie fotografiche che si concentrano sull’impatto della distruzione ambientale e del collasso climatico, tanto sulle popolazioni più vulnerabili quanto sul mondo animale e naturale.
In “The day May break. La luce alla fine del giorno” c’è spesso una lampadina, che pende da un immaginario soffitto, forse fatto di acqua o forse di foglie, ad illuminare fiocamente quello che rimane di noi e del nostro mondo come ancora lo conosciamo. Chissà se è quella la luce alla fine del giorno, quel poco che rimarrà, o se la lampadina è metafora della mancanza di attenzione, fioca appunto, al fenomeno che sta distruggendo il pianeta. Sono le foto, bellissime, che avranno il compito di illuminarci, appunto, sulla situazione di non ritorno a cui il pianeta è sottoposto.

Un essere umano, scelto tra quelli tartassati dall’ingiustizia climatica accanto ad un animale, anche, lui accomunato alla stessa sorte crudele che l’uomo si è creato con le sue stesse mani che si incontrano e si somigliano. Questo sembrano dirci le splendide foto esposte alle Gallerie d’Italia fino al 6 settembre. Foto sapientissime scattate dopo lunga ed accurata preparazione delle quali però non disturba la mancanza di naturalezza. E’ la situazione che si vuole rappresentare, uno spunto di riflessione che passa attraverso una interpretazione che è intellettuale senza togliere nulla all’emozione che trasmette. Dote che i grandi fotografi possiedono, quello di cogliere un attimo che non è un attimo ma è una storia.
La prima sezione della mostra accosta appunto una donna o un uomo, quasi sempre vittima di esodo dalle proprie terre a causa di inondazioni o incendi scatenati dai cambiamenti climatici, ad un animale, anche lui reduce da un trauma, la perdita dei genitori o la crudeltà dei cacciatori. Sono fotografati l’uno accanto all’altro, solidali, entrambi avvolti in una nebbiosa tristezza senza ritorno. A volte si somigliano, nella postura e nell’atteggiamento rassegnato, altre sembrano addirittura compatirsi vicendevolmente. Queste foto sono state scattate in Kenya e Zimbabwe, in diversi santuari e riserve, dove gli animali sono sopravvissuti a ogni sorta di calamità, dalla distruzione dell’habitat al traffico illegale della fauna selvatica.
Realizzata nel deserto della Giordania un’altra sezione, ritrae famiglie di rifugiati che hanno lasciato la Siria a causa della guerra e che vivono ancora in uno stato di continuo sfollamento, in un mondo arido in larga parte a causa del cambiamento climatico. In questo capitolo, Brandt offre un commento profondo e delicato sulla resilienza e le connessioni umane di fronte alle avversità.
E’ invece ambientato nei fondali delle isole Fiji il capitolo che propone una visione simbolica e pre-apocalittica dell’innalzamento dei mari. I soggetti protagonisti, ripresi direttamente sott’acqua, rappresentano le molte comunità che nei prossimi decenni perderanno case, terre e identità a causa dell’aumento delle acque dovuto al cambiamento climatico.
In questa sezione si trovano i video dedicati alla preparazione accurata che ha permesso di scattare le fotografie subacquee, che risultano, nel prodotto finale, di uno straziante, ammonitorio, realismo.
La mostra si costituisce di circa 60 opere suddivise in quattro capitoli, realizzati a partire dal 2020 e per la prima volta, a Torino, l’intero progetto viene esposto nella sua totalità.
“The day May break. La luce alla fine del giorno”
Nick Brandt alle Gallerie d’Italia
Dal 18 marzo al 6 settembre 2026
Giulia Torri
giuliat@vicini.to.it
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