“La cultura non è patrimonio di pochi, è un flusso che nutre la comprensione del mondo.”

Umberto Eco

 

Un anno di scuola

L’adolescenza tra fragilità, ricerca di sé e sguardo universale

Il cinema può rappresentare uno strumento prezioso per docenti e formatori, poiché permette di accedere, tra fiction e realtà, al mondo emotivo e relazionale degli adolescenti. In questa prospettiva si inserisce il lavoro della regista Laura Samani, che con il film Un anno di scuola apre uno squarcio sulle dinamiche giovanili contemporanee. Presentato in anteprima alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti, ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior attore a Giacomo Covi. Il film è attualmente in programmazione nelle sale, anche a Torino, dove la regista è intervenuta al termine della proiezione del 15 aprile al Cinema Romano, dialogando con il pubblico.

Liberamente tratto dall’omonimo racconto del 1929 di Giani Stuparich, il film trasporta la vicenda dall’inizio del Novecento al biennio 2007-2008. L’idea nasce da un incontro personale della regista con il testo durante gli anni del liceo a Trieste, la stessa città in cui è ambientato il lungometraggio.

Al centro del film c’è la protagonista Fredrika, unica ragazza, di origine svedese, in una classe dell’istituto tecnico “Marie Curie” composta interamente da maschi. Il suo arrivo, segnato anche da un background culturale diverso e dalla barriera linguistica, la rende immediatamente oggetto di attenzione ma anche di isolamento. La narrazione segue il suo percorso di crescita, sospeso tra desiderio di appartenenza e progressiva perdita di sé.

Uno degli elementi più significativi dell’opera è l’attenzione al doppio standard di genere: Samani mette in luce le differenti pressioni sociali che gravano su ragazze e ragazzi, evidenziando come molti ragazzi fatichino ad aprirsi ed esprimere le proprie emozioni. In questo contesto, le figure adulte, in particolar modo genitori e insegnanti, hanno un ruolo marginale, lasciando ai giovani la piena responsabilità del proprio percorso di formazione.

Particolare rilievo assume il realismo del film, costruito attraverso un casting non convenzionale. I quattro protagonisti sono stati scelti tramite una ricerca diretta nei luoghi di aggregazione giovanile triestini. Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno non avevano precedenti esperienze di recitazione: sono stati scoperti tra bar e contesti scolastici e seguiti da un intenso lavoro di preparazione. L’unica interprete con formazione artistica è Stella Wendick, che interpreta Fredrika: selezionata a Stoccolma, ha imparato l’italiano durante la lavorazione del film. Completano il cast Magnus Krepper nel ruolo del padre di Fred e Silvia Gallerano nel ruolo della professoressa Banti.

La regista ha precisato che, in un film con protagonisti giovani, grande attenzione è stata dedicata anche alla gestione delle scene più delicate, costruite con coreografie precise, preparazione approfondita e un set protetto, per garantire sicurezza e rispetto degli interpreti.

Trieste, infine, non è semplice sfondo, ma elemento identitario e narrativo. La città viene restituita attraverso uno sguardo personale e contemporaneo, capace però di mantenere un forte legame con la realtà. Durante il dibattito in sala, una spettatrice triestina ha riconosciuto nel film luoghi e dinamiche autentiche della propria esperienza cittadina, sottolineando come l’adolescenza, pur variando da contesto a contesto, conservi elementi universali.

Un anno di scuola si configura, così, come un’opera che osserva l’adolescenza nel corso del suo sviluppo, senza filtri né semplificazioni. Attrazione, smarrimento, desiderio di appartenenza e ricerca della propria identità convivono in un racconto che non offre risposte definitive, ma costruisce uno spazio di esperienza condivisa.

Pur non offrendo una rappresentazione universalmente esaustiva dell’adolescenza, per il contesto specifico forse distante da altre realtà giovanili, come quella torinese, Un anno di scuola riesce comunque a coinvolgere lo spettatore. Il film invita a ritrovare frammenti del proprio percorso di crescita, in quel passaggio tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. Allo stesso tempo, lascia in secondo piano temi rilevanti affrontati dai protagonisti, come il lutto, privilegiando una narrazione più centrata sulle esperienze vissute che sull’approfondimento di temi delicati legati alle fragilità dell’adolescenza.

Silvia Destro

silviad@vicini.to.it

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