“Puoi portare il cavallo all’acqua ma non puoi obbligarlo a bere”

 

Antico Proverbio Anglosassone

Collegno Fol fest: La salute mentale è politica?

Proposte  di nuovi modelli di prevenzione e cura.

Come si previene la sofferenza mentale? E come si costruisce un sistema di cura che non si limiti a medicalizzare il disagio, ma favorisca davvero libertà e autonomia? Sono alcune delle domande affrontate dagli psichiatri Piero Cipriano e Ugo Zamburru – intervistati dagli studenti della Scuole Holden – in un incontro  che ha offerto numerosi spunti di riflessione sul presente e sul futuro della salute mentale.

Lo sguardo di Cipriano intreccia storia della psichiatria, esperienza professionale e critica sociale. La sua tesi di fondo è che la salute mentale sia una questione profondamente politica. In questa prospettiva, il manicomio non è stato soltanto un luogo di cura, ma anche uno strumento di controllo dei soggetti ritenuti inadatti all’ordine sociale.

Secondo Cipriano, le trasformazioni della psichiatria non possono essere comprese senza considerare il contesto economico e politico in cui si sviluppano. La diffusione di alcune categorie diagnostiche e di determinate terapie farmacologiche risponderebbe anche a esigenze di normalizzazione e adattamento sociale. In questo quadro emerge il tema della “cosmesi farmacologica”: l’utilizzo di farmaci non solo per curare una patologia, ma per migliorare prestazioni, umore ed efficienza. Una tendenza che, secondo l’autore, riflette una società orientata alla performance più che al benessere.

La critica più radicale riguarda però l’idea che il manicomio sia davvero scomparso. A suo avviso, sopravvive in forme meno evidenti: diagnosi permanenti, trattamenti protratti nel tempo e percorsi assistenziali che rischiano di accompagnare la persona per tutta la vita. Il vecchio manicomio fisico avrebbe lasciato spazio a un “manicomio portatile”, fatto di etichette diagnostiche e prescrizioni farmacologiche.

Prevenire anzichè curare. Per i due psichiatri, il problema non riguarda soltanto la scarsità di risorse economiche e di personale, ma soprattutto la mancanza di una diversa idea di salute mentale. Investire più fondi, sostengono, non basta se continuano a prevalere gli stessi modelli organizzativi e culturali.

Da qui la proposta di ripensare profondamente i servizi territoriali, superando una concezione centrata quasi esclusivamente sul farmaco. La salute mentale immaginata da Cipriano si fonda invece su luoghi aperti, inseriti nel tessuto sociale e capaci di valorizzare approcci differenti: ascolto, relazione, meditazione, pratiche corporee, attività comunitarie e contatto con la natura.

Anche l’ambiente assume un ruolo centrale. La natura viene considerata una risorsa terapeutica capace di agire attraverso molteplici canali sensoriali e relazionali, contribuendo al benessere delle persone insieme ai legami sociali e alle condizioni materiali di vita.

L’intervento di Cipriano e Zamburru pone una questione difficile da ignorare: la salute mentale chiama in causa il modo in cui una società organizza la cura, le relazioni, gli spazi di vita e le opportunità di partecipazione.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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