“Le menti sono come i paracadute: funzionano solo quando sono aperte.”

Autore anonimo

 

Riders

Rider è il termine che usiamo oggi, scontato omaggio agli anglicismi, ma è un mestiere secolare: dabbawala, si chiamano a Bombay, definizione per i i fattorini in divisa bianca che trasportano i pasti caldi dalle abitazioni ai luoghi di lavoro.

A Torino si stima siano  circa  tremila le persone che quotidianamente girano per le vie per consegnare pizze, sushi, hamburger, ma anche fiori, medicinali, abbigliamento.

Nella maggior parte dei casi uomini, complici i turni lunghi e spesso serali e le questioni di sicurezza.

Un lavoro povero e questi fattorini sono solo espressione dell’ultima evoluzione del capitalismo. È una storia che inizia negli anni Novanta e particolarmente comprensibile nella nostra città.

Sono gli anni di quella che il sociologo Marco Revelli ha chiamato la “globalizzazione stracciona della Fiat”: la produzione viene spezzettata in mille parti e affidata a ditte esterne, magari all’estero, magari nei Paesi dell’est, dove la manodopera costa meno e nessuno rivendica il minimo diritto. Un processo che marcia veloce a suon di esuberi, fino a oggi, all’atomizzazione estrema. Il lavoro parcellizzato in singole prestazioni: la trascrizione di un audio, la compilazione di un questionario, la scrittura di un testo, la consegna di un singolo pasto.

I compensi variano molto in base al tipo di contratto e all’azienda, le più famose Glovo, Deliveroo, ecc. sono considerate piattaforma a cottimo. Si lavora come autonomi con Partita IVA o collaboratori occasionali. La paga media per singola consegna si aggira tra i 2,60 € e i 3,40 € (con picchi fino a circa 4,50 € per tratte più lunghe). Nelle serate o nei weekend di punta, un rider può arrivare a incassare circa 30 € – 35 € in 2 ore (o circa 76 € in 4 ore e mezza), ma vanno sottratte le spese per il carburante, l’usura del mezzo e le tasse. Nei momenti di scarsa richiesta, la paga oraria effettiva può scendere drasticamente.

A Torino attività sindacale per e con i Rider  é svolta da NIdiL CGIL Torino che si è battuta anche contro la discriminazione nei confronti dei lavoratori extracomunitari, che rifiutava di accettare la ricevuta del permesso di soggiorno come valida identificazione.

Il NidiL ha inoltre  messo a punto il progetto SOSTA RIDER nato in collaborazione con Arci Torino, per creare una mappatura degli spazi nella città che offrono ai ciclofattorini del food delivery un aiuto concreto durante le ore di lavoro, in solidarietà con una categoria di lavoratori e lavoratrici particolarmente svantaggiati.

I luoghi presenti sulla mappa, infatti, saranno in grado di venire incontro ad alcune delle tante esigenze e bisogni che possono presentarsi durante le ore di servizio su strada, come l’accesso alla corrente elettrica per ricaricare dispositivi e mezzi di spostamento elettrici; riparo dalle intemperie; accesso ai servizi igienici; possibilità di fare sostare il mezzo in un luogo sicuro e di provvedere a piccole riparazioni meccaniche.

E’ molto difficile ingabbiare i riders in statistiche: per alcuni può essere un lavoro temporaneo, per altri un arrotondamento, per altri ancora l’unico mezzo di sostentamento, inoltre ovviamente l’esperienza del lavoratore cambia a seconda del mezzo di trasporto usato: bicicletta normale, elettrica, scooter, monopattino o automobile. La bici tradizionale, adatta a tutte le tasche costa poco di manutenzione e zero di benzina, ma é molto stancante e rischiosa. A confronto la macchina rapida e comoda per le zone periferiche é molto costosa da mantenere, tra bollo, assicurazione, eventuali multe, e soldi per il pieno. Altro parametro di giudizio da considerare riguarda le prospettive: lavorare come ciclofattorino può essere accettabile se lo valuti un’esperienza temporanea, lo diventa meno se si hanno poche chance di trovare un’alternativa.

Alcuni passi avanti sono stati fatti: nel 2019 la legge 128 ha imposto la copertura dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail) anche ai ciclofattorini. Però la novità introdotta a partire dal febbraio dell’anno successivo ha una pecca: vale solo dal momento in cui  si accetta l’ordine a quando  si arriva a casa del cliente. Se ci si fa male mentre si  scendono le scale dell’appartamento in cui si é appena lasciata una pizza, non si è coperti dall’assicurazione. L’Inail motiva la regola spiegando che è l’unico modo per sapere con certezza se l’incidente è successo sul “luogo di lavoro” o meno, qualsiasi cosa l’espressione “luogo di lavoro” voglia dire in questo contesto. Non tiene però conto che tra una consegna e l’altra spesso le piattaforme segnalano ai rider di muoversi in zone dove ci sono più richieste. E anche in quel caso, se si cade o  si viene investiti non c’è copertura.

Compensi determinati unilateralmente, cottimo, organizzazione del lavoro e monitoraggio attraverso gli algoritmi sono le criticità alla base delle rivendicazioni e della lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del delivery.

Per chi fosse interessato al problema il saggio Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano di Antonio Aloisi e Valerio De Stefano, che analizza i rischi legati alla sorveglianza digitale e alla qualità del lavoro.

 

Giulia Torri

giuliat@vicini.to.it

 

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