È sempre meglio creare qualcosa ed essere criticati…

Che non creare nulla e criticare!

 

Sfinge, di Gabriele Di Fronzo, Einaudi

«In Cina c’è un proverbio per rimproverare chi non conosce il valore di quello che gli passa sotto gli occhi: Comprare un cofanetto e dare indietro le perle. Io è una vita che compro cofanetti per dare indietro le perle».

Se Sfinge di Gabriele Di Fronzo poteva essere già un titolo che faceva parlare di sé, quando scopri che il protagonista è un courier del Museo Egizio di Torino la curiosità sale ancora di più. E non perché sia un espediente narrativo bizzarro: ma perché questa scelta dà forma a una storia originale, malinconica e profondamente umana.

Matteo Lesables è un uomo che trascorre la vita tra musei e aerei, incaricato di accompagnare reperti antichissimi in giro per il mondo, questo il mestiere del courier: trasferire statue, sarcofagi, papiri e ogni sorta di oggetto che per un museo significa memoria, identità, tempo. È un lavoro quasi poetico — e però isolante — perché ti porta nei luoghi più lontani, ma lascia sempre una distanza immaginaria fra te e il mondo “reale”, tra te e gli altri.

Il fulcro della narrazione è la sua ultima missione prima della pensione: scortare la Sfinge millenaria dal Museo Egizio di Torino fino a Shanghai, dove si sta per inaugurare una mostra simbolo dell’incontro tra passato e futuro.

La bellezza di Sfinge sta nel modo in cui Di Fronzo trasforma questo viaggio in un percorso dentro i ricordi, le emozioni e i rimpianti di Matteo. Non si tratta (solo) di aeroplani e casse di trasporto, ma incontriamo silenzi in camere d’albergo, pensieri che si intrecciano con ricordi dolorosi, in particolare quelli legati alla sua ex moglie, Sara, e alla scelta di vita che ha fatto, fedele al suo mestiere, fedele a se stesso, ma forse lasciandosi alle spalle e perdendo qualcosa di essenziale.

A Shanghai Matteo incontra Qi, la direttrice del Museo Shanghai History Museum ospitante il reperto, che lo trascinerà fuori dai suoi schemi quotidiani: insieme camminano su una porzione sommersa della Grande Muraglia, bevono vino, affrontano un uragano e si trovano in mezzo a un intrigo ecologista che spinge la storia oltre una semplice riflessione nostalgica.

La sfinge, cosa o personaggio che sia, diventa così simbolo del tempo e del senso di permanenza, spesso sfuggente: Matteo custodisce oggetti che nascono da millenni di storia, eppure fatica a custodire i propri sentimenti, i propri legami, la propria vita. È questo nodo ingarbugliato di memoria collettiva e memoria personale è la chiave di vibrazione del libro.

La scrittura di Di Fronzo è, come sempre, elegante, con un equilibrio tra ricchezza di dettagli professionali — come le cautele nel trasporto delle opere — e riflessioni intime che rendono Matteo un protagonista curioso e sfaccettato.

L’autore, giunto qui al suo quarto libro – dopo l’esordio premiato nel 2016 de Il grande animale per Nottetempo – conferma una delle caratteristiche più riconoscibili della sua scrittura: la cura quasi certosina con cui entra nei personaggi e nelle loro professioni. Anche in Sfinge si avverte un lavoro di ricerca approfondito, mai esibito, che rende credibile ogni dettaglio del mestiere del protagonista e contribuisce a costruire un mondo narrativo solido, preciso, quasi vissuto dall’interno. È una cifra che attraversa tutta la sua produzione precedente e che qui trova forse una delle espressioni più mature, mettendo la documentazione al servizio dell’emozione e non viceversa.

In definitiva, Sfinge è una lettura che va gustata lentamente: il suo viaggio non è solo geografico – arrivi alla fine e ti viene subito voglia di organizzare un viaggio in Cina -, ma soprattutto simbolico. Una storia che parla di arte e di antichità, certo, ma soprattutto di ciò che scegliamo di portare con noi — e di ciò che invece ci lasciamo dietro.

Il finale, poi, riserva una sorpresa che sarebbe un peccato anticipare. Di Fronzo sceglie una chiusura coerente con l’intero impianto del romanzo: inattesa ma non arbitraria, capace di rimettere in prospettiva quanto letto fino a quel momento. È una di quelle conclusioni che non cercano l’effetto, ma che restano addosso, costringendo il lettore a tornare indietro con la memoria e a interrogarsi ancora una volta sul senso dell’enigma. Proprio come davanti a una sfinge.

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

 

 

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