“Tu vendi il tuo tempo, le tue giornate, per cui lo stipendio che ti danno è una sorta di ricompensa perché ti hanno rubato qualcosa.”
Tiziano Terzani
Il salario minimo è la paga più bassa che, per legge, può essere data ad un lavoratore dipendente: può essere istituito in relazione all’ora, al giorno o al mese di lavoro; al contrario, se vi è un salario minimo definito, nessuno dovrebbe essere pagato meno della somma stabilita.
In Italia non è attualmente previsto, anche se un fondamento costituzionale del salario minimo si trova nell’articolo 36 della Costituzione italiana, che sancisce il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata. Cioè un lavoratore dipendente (attenzione, non chi opera con una partita IVA !) ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Il dibattito sul salario minimo, cui abbiamo assistito anche di recente, è un tema divisivo; nel 2026, l’Italia continua a essere l’unico Paese del G7 – e uno dei pochi nell’Unione Europea – privo di una soglia salariale minima stabilita per legge. Mentre 22 dei 27 Stati membri UE hanno adottato un salario minimo legale, il nostro Paese si affida esclusivamente alla contrattazione collettiva nazionale (CCNL) come principale strumento di regolamentazione retributiva.
Cosa significa? Che per (quasi) qualunque lavoratore dipendente trova applicazione un contratto collettivo di lavoro, sottoscritto da imprenditori e sindacati, che stabilisce vari aspetti della disciplina del lavoro ed anche, per i vari livelli del personale, le tabelle della retribuzione (oraria o mensile). Una delle ragioni che ha ostacolato l’approvazione di una legge sul salario minimo è proprio la diffusione della contrattazione collettiva, che copre gran parte del lavoro dipendente.
Dov’è quindi il problema? Risiede nel fatto che, per ogni settore, i contratti collettivi sono svariati, potendo prevedere retribuzioni diverse (e in certi casi particolarmente basse, al limite della povertà) per uno stesso lavoro, e vi sono tuttora nel paese settori non coperti dalla contrattazione (lavori domestici, agricoltura, micro-imprese).
Un esempio del problema della contrattazione è che nella ristorazione in Italia esistono oltre un centinaio di Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro depositati al CNEL. Un centinaio ! Restando in questo esempio, il contratto di gran lunga più applicato per bar, ristoranti e altro sarebbe il CCNL Pubblici Esercizi, Ristorazione Collettiva e Commerciale e Turismo. Ma non è l’unico, perché non è impedito alle parti sociali di sottoscrivere dei contratti collettivi alternativi, firmati da sigle sindacali e datoriali differenti, con livelli retributivi più bassi e registrare tale contratto presso il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), organo di rilievo costituzionale della Repubblica Italiana.
Situazione, come si vede, piuttosto complessa. E rimane da vedere il confronto con quanto fanno altri paesi dell’Unione europea in tema di salario minimo.
Nel frattempo giunge notizia che i lavoratori del Lussemburgo a partire da Giugno riceveranno un aumento del 2,5% per adeguamento all’indice di inflazione (Luxembourg Times).
Giorgio Ferraris
giorgiof@vicini.to.it
Lascia un commento