L’aveva già capito Bruno Bettelheim quando, nella sua analisi sulla struttura delle fiabe, individuò il loro successo nel tramandarsi della ripetizione di canoni fissi.
Immagino che la mia parte infantile sia rimasta intatta perchè vengo presa da potentissimi attacchi di malinconia di fronte ad alcuni cambiamenti del tessuto cittadino, delle sue strade e dei suoi esercizi commerciali. Il vecchio negozio di dischi della piazza sostituito dal paninificio yankee, la cartoleria scura e legnosa in cui ora campeggiano miriadi di cover per cellulari o il bancone del caffè semibuio sostituito da sfavillante plexiglas. Probabilmente se dipendesse da me la città avrebbe mantenuto il suo aspetto medioevale e si userebbe ancora il baratto, altro che Satispay.
Di solito a questo punto faccio potentissimi mea culpa e mi riprometto di non cascarci più, nella nostalgia canaglia.
Ma poi rieccola, così mi indigna che chiudano le bottegucce che amavo, le pasticcerie vecchiotte, le edicole scrostate, che le tabaccherie diventino anonimi spacci di gratta e vinci, i vecchi cinema abbassino le serrande e non le rialzino più e nei bicchieri sfavillino solo più spritz e manco un Punt e Mes.
L’inevitabile mutare dei luoghi mi provoca la tristezza dei pezzi che se ne vanno, la storia di ognuno insieme a quella della città.
Giulia Torri
giuliat@vicini.to.it
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