Con Alice Basso si dialoga in modo serio, ma brillante, nell’auditorium gremito di via Rubino 45, a proposito del suo ultimo romanzo Le ventisette sveglie di Atena Ferraris (Garzanti, 2025). Il confronto tocca temi come l’autismo, i test stereotipati, le molteplici forme del comportamento umano e il modo in cui la comprensione dell’altro possa cambiare radicalmente la percezione delle sue azioni.
La protagonista del romanzo ha una personalità sfaccettata, ironica, la cui diversità cognitiva non è un ostacolo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere il mondo con profondità, sensibilità e un’acutezza tutta sua. E se il libro avrà il successo che si auspica, Atena diventerà la figura centrale di una serie di cinque volumi, proprio come è accaduto con Vani Sarca, la ghostwriter che ha reso celebre Alice Basso al grande pubblico.
Il confine tra ciò che chiamiamo “normalità” e ciò che chiamiamo “diversità” è molto più poroso di quanto sembri, commenta l’autrice. “Un neuropsicologo, in una conferenza, sosteneva che nel giro di dieci anni le categorie di “neurodivergente” e “neurotipico” potrebbero persino sparire, perché avremo finalmente capito che è tutto un insieme di sfumature. Questo non significa appiattire tutto con un “eh vabbè, allora siamo tutti autistici” né sminuire le difficoltà reali”, osserva la Basso che constata come i test per arrivare a una diagnosi “si vede proprio che sono scritti da neurotipici che non sanno di cosa stanno parlando. Domande tipo: “Preferisci andare a una festa o in biblioteca? Cosa vuol dire? Che biblioteca? Che festa? Cosa intendi?” Si sta implicitamente identificando la festa con la socialità e la biblioteca con il silenzio e l’isolamento. Ma questi sono stereotipi, dei cliché. Come l’altra domanda, quella sui treni: “Ti piacciono i treni?”. Perché sembra che sia statisticamente vero che un sacco di bambini maschi dello spettro autistico sviluppino passione per i treni, forse per la regolarità, per la coerenza, per una serie di caratteristiche che corroborano il loro funzionamento mentale.
Questo, però, non vale per bambine e ragazze, nelle quali l’autismo spesso si manifesta in forme meno riconoscibili rispetto ai maschi, motivo per cui tende a sfuggire alla diagnosi. Le femmine, infatti, mostrano competenze sociali e comunicative apparentemente nella norma: sono spesso lettrici appassionate, disegnatrici talentuose, abili nell’imitare i comportamenti degli altri. Proprio queste capacità, considerate comuni o “normali”, finiscono per mascherare i così detti “campanelli d’allarme”. È anche per questo che molte donne ricevono una diagnosi di autismo solo in età adulta. I segnali sono diversi, spesso silenziosi e vengono facilmente scambiati per timidezza, sensibilità o originalità. Solo più avanti nel percorso di vita, magari già realizzate a livello personale o professionale, scoprono quell’elemento in più che dà senso a tante esperienze passate. Un tassello che non cambia chi sono, ma che finalmente spiega chi sono sempre state. Una realtà che, come accade per molte altre patologie, sconta ancora oggi un forte ritardo diagnostico legato a stereotipi di genere e a una scarsa conoscenza delle manifestazioni dell’autismo nelle donne.
Nello scambio di battute anche scherzoso con l’intervistatore, dalle neurodivergenze alla perdita di memoria – molti dei presenti non sono
più giovanissimi – il passo è breve. L’ospite sta al gioco: “Io so esattamente quando anche la mia memoria è sfumata. Ha servito con onore fino al 2002. Io mi sono laureata e la mia memoria mi ha guardato e ha detto: le nostre strade si separano qui. Da quel momento devo scrivermi tutto”. Il pubblico ovviamente ride, confortato.
Basso, cosa vorrebbe che restasse nel lettore una volta che ha chiuso il libro? “La differenza fra giudicare e comprendere. Non un assolvimento totale, non un “allora va sempre bene”, ma un vedere la complessità. Un’amica mi ha raccontato un episodio: era in fila allo sportello, dietro una giovane donna con delle grosse cuffie. Questa ragazza era molto concentrata su di sé, si fissava le mani, non guardava l’impiegata. Quando ha finito, l’impiegata si è girata verso la collega e ha commentato: “Eh però… è giovane, ma non è educata. Almeno levati le cuffie, almeno guardami una volta”. Ma la mia amica, avendo letto il libro, ha interpretato la scena diversamente. Ha concluso: “Ecco, ora so che questa potrebbe essere solo la modalità di funzionamento di quella ragazza. Ha bisogno delle cuffie per stare al mondo, ha bisogno di concentrarsi su se stessa perché l’interazione visiva le è difficile. Ieri mi sarei arrabbiata anch’io. Oggi meno, perché ho capito”.
Ed è proprio questo che vorrei che restasse del libro”.
Silvia Destro
silviad@vicini.to.it
Lascia un commento