La Casa del Teatro celebra i vent’anni di attività guardando però già al futuro. Un futuro da costruire attraverso il teatro, la partecipazione, l’accessibilità e il dialogo tra generazioni, come anticipato nell’articolo di presentazione della nuova stagione “Oltre i venti”. Ne abbiamo parlato con Emiliano Bronzino, direttore artistico del TRG, che ci ha raccontato il significato di questo nuovo percorso.
“Oltre i venti” è il titolo della nuova stagione e richiama i vent’anni della Casa del Teatro. Cosa significa, per voi, andare oltre?
Ci sono due significati. Il primo è continuare a progettare il futuro, il secondo riguarda le difficoltà del momento. Viviamo una fase internazionale complessa, che coinvolge anche i più giovani. La responsabilità è soprattutto degli adulti e saranno le nuove generazioni a pagare maggiormente le conseguenze delle nostre scelte. Andare oltre significa quindi guardare al di là delle difficoltà del presente e immaginare un futuro possibile e migliore. È un impegno che abbiamo nei confronti delle generazioni più giovani. Allo stesso tempo, loro hanno una grande capacità di guardare oltre il presente e immaginare come sarà la propria vita.
Le nuove produzioni affrontano temi molto diversi, dall’inclusione alla legalità, dall’ambiente all’identità. Qual è il filo che le unisce?
Ogni produzione parte dal presente per provare a guardare al futuro. Quando affrontiamo, per esempio, il tema della legalità e delle donne che hanno lottato contro le mafie, guardiamo con speranza alla possibilità di una futura sconfitta delle mafie. Oppure raccontiamo figure femminili coraggiose del passato per capire come le donne del presente possano contribuire a cambiare il futuro. Lo stesso vale per L’uomo che piantava gli alberi: il nostro lavoro quotidiano può sembrare quello di piantare semi senza risultati immediati, ma nel tempo può trasformare completamente una realtà. È una metafora del lavoro culturale e teatrale.
Quest’anno c’è una particolare attenzione alla nuova drammaturgia e alle autrici under 35. Perché avete scelto di investire su questa direzione?
Per due ragioni. Da una parte vogliamo favorire la parità di genere e valorizzare le autrici che oggi lavorano nel teatro per le nuove generazioni. Dall’altra è necessario favorire il ricambio generazionale. I grandi maestri delle generazioni precedenti continuano a essere presenti e a portare avanti il loro lavoro, ma è arrivato il momento di stimolare anche i più giovani. Il dialogo tra generazioni è fondamentale per passare il testimone.
L’accessibilità torna come tema centrale. Quanto è importante oggi ripensare il teatro perché sia davvero per tutti?
È una delle nostre missioni principali. Dobbiamo arrivare a tutti i bambini e ampliare il più possibile il pubblico, perché tutti quelli in età scolare devono avere la possibilità di partecipare alla vita culturale. Riflettere continuamente su nuovi metodi e nuove modalità per rendere i contenuti accessibili è fondamentale. Probabilmente non riusciremo mai a raggiungere completamente l’obiettivo di pensare a tutti e a tutte, perché è molto complesso, ma senza impegno non è possibile nemmeno migliorare.
Tra le novità ci sono anche grandi storie rilette attraverso questioni molto contemporanee, come “Pinocchio” e “Processo a Elena”. È questo uno dei modi per parlare ai ragazzi del presente?
Sicuramente. I grandi classici sono strumenti per parlare del presente. “Pinocchio” è conosciuto da tutti, ma spesso attraverso la versione Disney più che attraverso il testo di Collodi. Il nostro lavoro è invece molto fedele all’originale e affronta tematiche legate all’accessibilità e alla contemporaneità, già presenti nel testo, ma esplorate con uno sguardo attuale. Anche “Processo a Elena”, riscrive il mito in chiave contemporanea per raccontare il presente. Sono archetipi della nostra cultura che possono diventare strumenti per analizzare la società di oggi.
Dopo vent’anni e con una stagione di oltre cinquanta titoli, quale pubblico vorreste conquistare o coinvolgere maggiormente nei prossimi anni?
Raggiungere quelli che vengono definiti i “non-pubblici”, cioè le persone che potrebbero essere interessate alla nostra proposta ma che, per motivi economici, logistici o semplicemente perché non intercettano la nostra comunicazione, non arrivano a teatro. La Casa del Teatro deve essere un luogo di tutti e per tutti. Per questo lavoriamo anche fuori dalla sede, con tournée, laboratori, incontri e attività diffuse sul territorio. Oltre alla stagione, cerchiamo quindi di andare noi negli spazi e incontrare il pubblico, perché più la Casa riesce ad essere abitata dalle nuove generazioni, più raggiunge il proprio obiettivo.
Silvia Destro
silviad@vicini.to.it
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