“Nel luglio del 1798 l’esercito di Napoleone Bonaparte sbarca in Egitto. L’islam, fino ad allora forte e ricco, si trova a essere facile preda e scopre per la prima volta la potenza dell’Occidente”. Cosi viene proposto il saggio di Domenico Quirico, scrittore, giornalista caposervizio de “La Stampa”, grande appassionato di storia; reporter inviato di guerra che subì 5 mesi di sequestro durante una missione in Siria. Il libro è stato presentato il 2 dicembre scorso al Palazzo ex Venchi Unica, Circoscrizione 3. Con lui, Marco Zatterin, scrittore, giornalista de “La Stampa”.
Ci furono numerosi contatti fra il mondo islamico e quello occidentale nella Storia; basta pensare alle Crociate, all’impero Ottomano erede del Califfato, il sistema politico semi-religioso di governo dell’Islam, secondo il quale i territori dell’Impero islamico sia in Medio Oriente che nel Nord Africa, così come le persone di quei territori, erano dominati da un capo supremo, il Califfo.
Siamo però nel 1798 in Egitto. Con l’invasione di Napoleone in Egitto, cambiano i rapporti di forze. Prima i conflitti fra il mondo occidentale e il mondo islamico erano scontri alla pari, tra potenze che avevano capacità militari simili. Alla fine del 600 l’impero ottomano cerca di conquistare l’Austria, portando alle porte di Vienna un esercito di 100000 uomini, respinto dagli austriaci che numericamente erano la metà.
I Francesi con Napoleone arrivano in Egitto nel 1798 e i musulmani scoprono che gli occidentali sono molto meglio armati, con dotazioni e tecnologie più moderne. Di fronte all’esercito di Napoleone la cavalleria dei mamelucchi frana. In realtà Napoleone non ha degli obiettivi politici, il suo scopo è studiare il mondo egizio, la loro civiltà, i Faraoni.
I soldati di Napoleone sono tutti atei e per la teologia islamica il non credere è il peccato più grande: non si può negare Dio. I musulmani scoprono nuovi modi di vivere la rivolta, che ha per obiettivo la modernità, contro nuovi modi di vivere, visti come un pericolo mortale della condizione umana. Da quel momento lo scontro diventa radicale.
Il jihadismo non è immobile ma in continua mutazione col mutare della storia. Napoleone aveva alimentato il disprezzo per il sentire religioso degli abitanti, anche con gesti clamorosi ed offensivi come entrare col cavallo nella moschea.
E’ in Egitto che nasce la seconda jihad: un giovane, fervente fedele musulmano di Aleppo, si fa terrorista e uccide il governatore Generale Klebér. E i francesi danno dimostrazione del loro pensiero sul mondo musulmano: non solo lo condannano a morte, ma non con la ghigliottina, perché la ghigliottina è uno strumento umanitario, nato per rendere meno cruenta la sofferenza dei condannati; al contrario viene adottato il diritto locale: lo squartano, e le membra del suo corpo vengono appesi in un luogo pubblico. “Questo accade” sottolinea Quirico “nell’era del dominio della Ragione”. Ecco come far nascere la consapevolezza che “questi occidentali” fanno grandi cose, ma i principi sono altro. In fondo non fanno altro che andare lì per rubare.
La sfida sanguinosa continua nel Sudan di fine Ottocento, con il duello con le Forze del Male l’obiettivo è il generale Gordon Pascià, simbolo stesso dell’imperialismo britannico: gli inglesi instaurano un governo fantoccio, nato solo per depredare. La rivolta dei Tuareg, 1916, è la summa di tutto ciò che alimenta lo scontro, pur al di fuori della motivazione religiosa. L’odioso colonizzatore (Occidentale) si scontrava con quel mondo, fatto da mandrie di cammelli (“si pensi al film Khartoum” dice Quirino) con quelle scene in cui le carovane avanzavano nel deserto fra nuvole di sabbia. Era questa la nuova era dell’Islam.
Infine c’è l’oggi: con al-Qaeda e Osama Bin Laden, il miliardario saudita che ha saputo trasformare il jihad in una vera e propria «multinazionale del terrore», l’Isis e la restaurazione del Regno di Dio attraverso i «demoniaci» strumenti della modernità – internet, comunicazione, armi – e Hamas, che porta nella guerra senza fine per la Palestina non più la rabbia di chi sogna uno Stato, ma un’idea di rivalsa nei confronti del colonialismo importato dai sionisti.
Si inserisce Marco Zatterin: “È possibile conservare la speranza di una convivenza con questo mondo?”
Ci sono diversi volti dei popoli islamici, risponde Quirico. La Malesia, molto popolata, l’Africa del Nord, ma ci sono anche le nostre periferie che fra loro non si assomigliano affatto. Le scuole coraniche peggiori sono quelle del Pakistan. Quando cadono le torri gemelle, nelle città dell’Islam si festeggia. Il sentimento che li pervade è quello di tornare all’epoca dei Califfi. Le carovane che attraversavano le città con milioni di diseredati che si accodano a questi movimenti al richiamo “vieni a combattere con noi le canaglie che ci hanno mandato a governarci”
Non sono persone del nostro mondo.
Putin, Putin sì, è come noi, ci assomiglia molto di più. Anche se Putin ha un potere gigantesco siamo noi che gli abbiamo permesso di far nascere una Russia su un modello sovietico. Per noi il vero nemico è il jihadismo: il concetto dei jihadisti è o noi o loro, l’unica cosa che interessa è cancellare tutto quello che siamo noi.
“Allora, come finirà tutto questo?” insiste Zatterin.
L’idea è che quando gli occidentali si saranno sbranati fra di loro abbastanza, allora sarà il momento della rivincita. Il tempo, da quella civiltà,viene scandito con una sequenza che non è la stessa che abbiamo noi. E’ tutto più vago, l’orario è definito con giri di parole “quando il sole sta per tramontare…”. E così lo spazio. Lo spazio si misura in giorni di viaggio per arrivare da un villaggio all’altro. Siamo noi che usiamo spazio e tempo per controllare il passato. Il passato non sta nella loro vita, il futuro si conteggia in termini di ere.
La lotta deve continuare, voi occidentali vi stancherete. Il criterio guida è la pazienza. I talebani hanno saputo aspettare finchè Biden ha consegnato loro l’Afghanistan con una stretta di mano.
Arrivando ai giorni nostri: la Palestina. Per i palestinesi di Hamas, l’obiettivo non è lo Stato palestinese ma il Califfato di Palestina. La pace di Trump significa solo che la violenza nella Striscia era diventata eccessiva, il nostro disgusto non più tollerabile. Il problema di Israele è insolubile: l’unica soluzione sarebbe decidere di azzerare la memoria reciproca, superare un crepaccio che dura da 76 anni. Un po’ come fece Nelson Mandela, dimenticare tutto quello che è stato in precedenza; si cancella la Storia, 76 anni di violenza in cui ognuna delle due parti ha motivi di odio e rancore. Nel frattempo, dittatori sanguinari si vestono all’occidentale e si fanno ricevere dai leader di tutto il mondo, come portatori del’ordine e della pace.
Domenico Quirico, Le quattro jihad. Lo scontro tra islam e Occidente da Napoleone a Hamas, Rizzoli, 2025
Gianpaolo Nardi
gianpaolon@vicini.to.it
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