Riceviamo da un nostro lettore e volentieri pubblichiamo.
“ICE, levatevi dal cazzo!…” aveva urlato nei giorni scorsi, ma non gli è bastato. Sabato ha imbracciato la sua arma preferita, l’ha caricata dei sette fedeli proiettili, c’è andato giù duro, e da ieri tutto il mondo ha sentito risuonare le note di “Streets of Minneapolis”: Bruce Springsteen risponde così ai tragici, assurdi, fatti democraticidi di Minneapolis. Frasi come “…calpestano i nostri diritti. Se la tua pelle è nera o marrone, amico, puoi essere interrogato o deportato a vista…” richiamano un passato che l’America di Rooswelt combattè da paladina della libertà mondiale e che pericolosamente torna ad affacciarsi. Violente aggressioni e simbolismi come il trench verde oliva stile Gestapo del famigerato capo della Border Patrol, Gregory Bovino, vengono evocati se si ascolta “…i teppisti federali di Trump lo hanno picchiato in faccia e sul petto…”.
Il brano ha un coro secco, ultimativo: “Ice out now!” che si mescola con le voci dei cortei di protesta nelle strade di Minneapolis per poi sfumare in lontananza. Bruce è, da sempre, impegnato sul fronte sociale. Le sue canzoni, le sue ballate parlano di emarginati, di working-class, di emigrazione, mettendoci sempre la faccia. Dai mega-concerti, “No Nukes” (1979), contro il nucleare, a “Human Right Now” (1988), a favore di Amnesty Iternational. Molte le improvvisate a sostegno di operai licenziati, ai featuring in tante canzoni per raccolte fondi, come con i Dropkick Murphys (Rose Tatoo-2013) per Boston Charity, senza dimenticare “Streets of Philadelphia”, premio Oscar, diventata un inno della comunità LGBT, e “American Skin” (1999), in memoria di Amadou Diallo, immigrato della Guinea ammazzato da quattro agenti con 41 colpi di pistola mentre tentava di mostrare i propri documenti d’identità.
Donald Trump non è comunque il primo presidente al quale il Boss “le canta” chiare. Lo sapeva bene Ronald Reagan che tentò di appropriarsi di “Born in the USA”, tra le canzoni più fraintese della storia della musica: non inno nazionalista, ma grido della disperazione di un reduce del Vietnam che in patria trova tutte le porte sbarrate. Nel 1984 The Great Communicator in un discorso elettorale azzarda citare Springsteen nel suo New Jersey “…il futuro dell’America sta nel messaggio di speranza delle sue canzoni…” e da Pittsburgh Bruce ribatte “… mi sono chiesto quale sia l’album preferito del presidente. Di certo non c’è questa canzone…” e partono le note di “Johnny 99”, ispirata alla chiusura, nel 1980, di una fabbrica della Ford in NJ, con il licenziamento di 3359 operai.
Dietro“Streets of Minneapolis” c’è un’America diversa, quella che vuol reagire al dilagante terrorismo di stato, quella dell’immigrazione e dell’inclusione. Quella che canta “…prenderemo posizione per questa terra e per lo straniero in mezzo a noi, ricorderemo i nomi di coloro che sono morti” e mette i brividi perché riecheggia “Morti di Reggio Emilia” (1960), composta in un momento in cui la nostra ancora giovane democrazia sembrava cedere ai fuochi di quel fascismo, purtroppo, mai morto.
Romano SIROTTO
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