“La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero”.


Karl Kraus

Japanismo 2.0, tra cinema e sociologia

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,  l’Europa scopriva  l’arte e l’estetica giapponese: pittori, collezionisti e designer occidentali erano suggestionati da stampe, oggetti e motivi decorativi provenienti dal  Sol Levante. La fascinazione attuale per il Giappone è uno dei fenomeni  più evidenti della contemporaneità:  molti  desiderano visitare quel Paese, incuriositi dalla fusione di tradizione e modernità;  attirano le sue metropoli ultramoderne, dominate da tecnologia avanzata, grattacieli e cultura pop,  compresenti a templi antichi, quartieri storici e gesti rituali.

Il richiamo del wabi-sabi, che valorizza la bellezza dell’imperfezione e della semplicità, del minimalismo e di una cucina diventata simbolo globale con sushi e ramen, si unisce a quello suscitato da manga, videogiochi, serie tv o film di animazione.

Se gli Stati Uniti  hanno costituito nel passato un modello globale complessivo – politico, economico e culturale – nell’odierno  panorama  multipolare, con diversi centri di attrazione (si pensi anche a  Corea del Sud o Cina) il Giappone  esercita  una forma di soft power, cioè la capacità di generare interesse e influenzare attraverso cultura, estetica e immaginario.

All’interno di questa attenzione emergono però anche aspetti critici  della società nipponica, ampiamente messi in luce anche dal cinema, quali  pressione sociale, alienazione e isolamento urbani, contraddizioni già esplorate con sguardo lucido ma colmo di poesia da Wim Wenders in Tokio-Ga (1985). E’ lo  scenario in cui si colloca  il fenomeno delle agenzie che offrono familiari “in affitto”, figuranti disposti, dietro compenso, ad assumere ruoli di parenti, partner o amici in eventi pubblici, incontri di lavoro o situazioni sociali delicate,  come mostrano il documentario Family Romance, LLC (2019) di Werner Herzog e la recente commedia drammatica Rental Family (2025), della regista Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki.

La cineasta elvetica Jacqueline Zünd, nel lungometraggio distopico Don’t Let the Sun, (presentato ieri al Cinema Massimo a Torino) immagina un futuro in cui il caldo estremo causato dalla crisi ambientale ha trasformato radicalmente la vita quotidiana, producendo un possibile scenario di solitudine e distanza emotiva: in questa realtà, un’agenzia offre “sostituti affettivi” a pagamento. Per Zünd  la pratica delle relazioni a noleggio – di cui è venuta a conoscenza in occasione di un soggiorno giapponese – può rappresentare una prospettiva inquietante per le società occidentali e avverte su come potrebbero cambiare nel futuro i rapporti tra le persone. Il Japanismo 2.0 non è da leggersi, quindi, solo come una moda culturale, ma in chiave di specchio mediante cui seguire l’evoluzione sociale, dei  valori collettivi e  i processi di cambiamento che stanno ridefinendo anche le relazioni umane.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*