“La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero”.


Karl Kraus

Antartica, di Lucia Calamaro.

Per chi non sapesse che al Polo Sud esistono decine di basi scientifiche di ricerca, tra cui anche un paio italiane, può farsene un’idea — tra immaginazione e realtà – attraverso il film Antartica di Lucia Calamaro. Approccio sperimentale e utopia convivono in questo racconto ambientato nella stazione “Sidera”  (nella realtà, quella italiana è la Mario Zucchelli, mentre la Concordia è gestita in collaborazione con la Francia), in cui si muove un gruppo di scienziati, tra glaciologi e biologi. Coordinati dal maturo  capomissione Fulvio Cadorna (Silvio Orlando) lavorano soprattutto all’analisi dei cambiamenti climatici e dei ghiacci millenari. Con i carotaggi  estraggono cilindri di materia gelata contenenti bolle d’aria antichissime, grazie alle quali è possibile ricostruire la composizione dell’atmosfera terrestre nel corso di migliaia di anni e ottenere informazioni decisive sull’evoluzione del clima del pianeta.  La criogenetista Maria Medri (Barbara Ronchi)  intravede però una  possibilità inattesa: che un organismo pluricellulare, custodito nel permafrost attraverso i millenni, sia ancora vivo. La sua osservazione sembra dare concretezza alla speranza di trovare le chiavi dell’ibernazione, accarezzando così il sogno eterno dell’uomo: l’immortalità.

Il film restituisce bene la separazione dal resto del mondo dei centri di studio polari,  strutture isolate, progettate per resistere a uno degli ambienti più inospitali della Terra, un incrocio tra un laboratorio scientifico, una nave e una piccola comunità autosufficiente. Proprio questa distanza estrema le rende fragili e lontane dall’attenzione pubblica e politica: tale condizione di isolamento  può indurre in governi poco attenti alla conoscenza e al sapere una crescente trascuratezza, fino ad arrivare a tagli nei finanziamenti che ne mettono in discussione la sopravvivenza stessa. La storia – da leggersi anche come fiaba – trova il suo punto di forza nella prova corale degli interpreti, sebbene le figure del gruppo di studiosi restino volutamente in secondo piano, a vantaggio dell’ attenzione verso i  citati protagonisti, che  emergono per efficacia interpretativa. Opera prima cinematografica della scrittrice e drammaturga Lucia Calamaro, dalla fama consolidata in ambito teatrale, il film si avvale di una costruzione narrativa solida, capace di uscire dagli standard più consueti del cinema italiano. Ne deriva  un apologo morale sul conflitto tra idealismo e interessi economici, sul desiderio dell’uomo di superare i propri limiti e sulla tenacia di chi si consacra alla ricerca scientifica. Le rinunce dolorose sul piano personale a questo scopo trovano riscatto nell’idea di mettersi al servizio di un sapere sempre nuovo, di una conoscenza che non si arresta e sfida i limiti umani e del tempo.

In questi giorni in sala a Torino

Anna SCOTTON

annas@vicini.to.it

 

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