“Puoi portare il cavallo all’acqua ma non puoi obbligarlo a bere”

 

Antico Proverbio Anglosassone

L’intruso e il Novecento: Pesce Khete alla GAM

Un dialogo tra memoria visiva e gesto pittorico

Romano, classe 1980, Pesce Khete è un artista la cui opera attraversa pittura, disegno e fotografia. Diplomato allo IED Roma in Animazione Multimediale, ha esposto in Italia e all’estero in musei, biennali e gallerie internazionali, costruendo nel tempo un linguaggio personale e riconoscibile. Dal 2020 insegna Disegno e Illustrazione alla NABA Roma. In GAM è presente nel ruolo di “intruso”, instaurando dialoghi inattesi tra il proprio lavoro e quello di figure centrali del Novecento come Alberto Savinio e Lucio Fontana. Ci ha detto di essere colpito dall’energia culturale di Torino, dalla  scena artistica vivace e ricettiva, anche grazie a realtà come Artissima e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, capaci di alimentare un confronto costante tra artisti, curatori e istituzioni.

Nel suo lavoro il rapporto con il colore e con il pennello sembra centrale. È sempre stato così?

In realtà no. Per molti anni ho lavorato quasi esclusivamente attraverso il disegno, usando pastelli secchi per mantenere un controllo più diretto del segno. L’uso del pennello e dell’olio è arrivato dopo ed è stato per me qualcosa di nuovo: un passaggio verso una pittura più gestuale e fisica. Oggi mi accorgo di quanto il colore sia diventato fondamentale soprattutto quando vedo i miei lavori fuori dallo studio, in contesti espositivi diversi.

Significativa l’interazione tra il colore e il bianco della carta, gli spazi lasciati vuoti.

Sì, ed è un equilibrio che nel tempo è cambiato. In passato tendevo a saturare completamente la superficie, lavorando per strati molto densi. Oggi invece sento più naturale lasciare spazio al vuoto: è proprio una comunicazione con lo spazio dell’immagine.

Un po’ come nella poesia, in cui i gli spazi bianchi sono importanti come lo scritto.

Esatto. È una cosa che cerco di non controllare, quindi mi porta a scoprire un mondo diverso. Il giusto rapporto tra i vuoti e i pieni è qualcosa che mi sorprende sempre.

Come procede?

Di solito cerco di non avere idee iniziali troppo precise Tendenzialmente l’angolo in alto a sinistra è sempre quello più pieno, più carico, in tutti i lavori. È come nella scrittura dall’alto a sinistra, con una sorta di improvvisazione successiva sul colore o con qualche figura che mi passa in mente o che ho fermato in qualche schizzo.

Nel testo critico che accompagna la mostra, Fabio Cafagna (uno dei curatori) insiste molto sul tema della memoria.

Infatti  Cafagna ha colto soprattutto questo aspetto: non conta solo ciò che emerge visivamente, ma il processo attraverso cui frammenti, segni e immagini riaffiorano e si sovrappongono. Durante il processo creativo emergono riferimenti che fanno parte della mia memoria visiva — da Picasso alla pop art — spesso in maniera inconsapevole.

Nel suo lavoro quanto contano l’istinto e la riflessione?

C’è sempre  equilibrio tra gesto spontaneo e controllo. Il gesto può sembrare istintivo, ma in realtà è molto filtrato. Non è mai completamente libero, ma dentro un processo che tiene insieme impulso e controllo, senza lasciare tutto al caso.

Ha vissuto positivamente questo ruolo di “intruso” all’interno della mostra?

Assolutamente sì. Il dialogo con la storia dell’arte è sempre presente nel mio lavoro, anche se in modo non diretto o programmato. In questa mostra i curatori hanno reso visibili proprio queste connessioni, mettendo le mie opere in relazione con lavori e linguaggi del passato.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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