“La libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero”.


Karl Kraus

“L’ultimo operaio”, di Niccolò Zancan a Cascina Roccafranca

Canto finale della Grande Fabbrica

Il titolo del libro presentato il 15 scorso in Cascina Roccafranca, in ambito Salone Off suona come un segno del destino, ma i racconti raccolti da Niccolò Zancan presso alcuni operai, alcuni ancora in attività, sono sereni e a volte brillanti.

Sullo sfondo ovviamente la Grande Fabbrica, non più, o quasi, luogo del fare ma che si guarda da fuori; dove si passeggia, si va in bici sulla ciclabile, o a correre. Era il modello stesso della fabbrica, tre milioni di metri quadrati, chilometri di ferrovie all’interno. Dei sessantamila operai del 1971 ne restano quattromila80.

Un corpo, che non è più un corpo, che si sta spegnando. Un’intera città si muoveva con i suoi tempi. Totalizzante, è il termine che definisce quel mondo: tutto era Fiat, i “bimbi Fiat” e le colonie, quando il giornale “aziendale” dava notizia che i bambini erano arrivati sani e salvi a destinazione. Il Trofeo Agnelli. Non solo chi lavorava in Fiat ne faceva parte, persino il negoziante viveva di Fiat.

Non è solo la fabbrica, commenta Luca Rolandi, Presidente della Circoscrizione e qui moderartore, è un intero tessuto sociale che si perde: il 50% della popolazione si è dissolto, i figli non ne vogliono sapere di rimanere.

Ed è qui che Zancan trova, non uno, ma molti “ultimo operaio” che raccontano volentieri quel mondo, con dignità e orgoglio.

“Come mai hai comprato una Skoda?” Gente tosta, che a fine turno salta sull’auto, si fa centinaia d chilometri per andare in Romania a trovare la mamma, i parenti. Poi riparte, sulla via del ritorno si fa un sonnellino all’Autogrill, si lava la faccia ed arriva in fabbrica in tempo per il turno. Solo che la Romania ha le strade più devastate d’Europa: allora serve la consulenza dei romeni, sono loro che possono consigliare l’auto che non perderà i pezzi sobbalzando su quelle strade. (titolo Radio Bucarest)

Ci sono marito e moglie che fanno i turni alterni. Quando uno fa il primo, l’altro fa il pomeriggio. Ingiustizia sociale? No, preferiscono così, a casa ci sarà sempre uno dei due e i figli non stanno da soli.

I titoli sono accattivanti, merita andare a leggere questi flash. “Il cambio C514”. “L’uomo macchina” (può l’essere umano sostituire un robot, e perché?) Il neo assunto che se la faceva sotto non sapendo che fosse un suo diritto andare in bagno. Da Amazon non si poteva.

Il giornalista si chiede come mai fossero così contenti di fare un lavoro così duro. Eh, sì. Perché nel lavoro trovi sempre qualcosa di te. Gente che c’era in tutte le battaglie ma sapeva trasferire le conoscenze. Che aveva il senso del dovere. Delle cose fatte bene. Sapevi che la fabbrica restituiva: ti spacchi la schiena ma sai che ci sarà un momento in cui potrai permetterti la lavatrice e la 500.

Cosa è successo? “E’ successo che è finita un’epoca”. Aiuti di Stato e dismissioni, incentivi di Stato ed esuberi. Eppure la proprietà non è fallita. Ma sta altrove, in Marocco dove lo stipendio è di 350 euro al mese, altrove anche meno.

Rolandi guarda avanti: ogni tanto torna la vita. Il settore aeronautico, il polo universitario.

Ma, ci si chiede, esiste un modo diverso di gestire le crisi? E si guarda alla famiglia Ferrero: una famiglia che si era preoccupata fin dall’assunzione di quale sarebbe stato il destino delle maestranze, anche al momento di lasciare l’Azienda.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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