Sembrava facile: c’è una destra, una sinistra. Un centro. Al massimo delle correnti interne ai partiti. Invece, nel tempo, si vengono a creare delle contiguità fra il “nero” e il “rosso”. Tanto che qualcuno, ma non si riesce a risalire a chi, si è inventato il “rossobrunismo”. Gianni Oliva, storico e giornalista radicato a Torino, il 20 scorso alla Miniera Culturale in periferia ha presentato il libro “Rossobruni. Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia” di Stefano Cappellini, direttore pro tempore de “La Repubblica”.
“Rossobruni” è un libro che racconta un fenomeno che sembrerebbe marginale mentre ci sono momenti della Storia che possono segnalare svolte epocali.
Valle Giulia, marzo ’68. Il Movimento Studentesco (maoista?) si scontra con la Polizia. A loro si uniscono i militanti di Avanguardia Nazionale (“io sto con i poliziotti” i figli degli operai, commentava Pier Paolo Pasolini). Ad entrambi faceva gioco lo scontro. Avvisaglie del “lungo ‘68”.
C’è il caso Dreyfus, l’ufficiale francese di origine ebrea accusato, innocente, di spionaggio, che subì un processo viziato da una campagna diffamatoria: di stampo antisemita, ma sostenuta anche da componenti anarco-sindacaliste che accusavano lo Stato di incapacità di controllare i propri Servizi Segreti.
Perché fazioni con interessi così diversi si incontrano? Entrambe sono accomunate dall’anti capitalismo. Contro il capitalismo è la sinistra, ma anche i movimenti di destra estrema hanno basi antisistema che hanno una origine popolare.
L’ansia di maggior giustizia sociale e l’odio per i privilegi porta a risposte devianti, a volte violente. Destinate ad indebolire lo Stato.
E’ quanto succede dopo la prima Guerra Mondiale. Mussolini, durante la guerra , si converte da socialista estremista a nazionalista e interventista. La sinistra è per sua natura internazionalista, mentre la destra, è nazionalista e sovranista. Cosa avrà fatto scattare in quel personaggio sicuramente intelligente, brillante, grande comunicatore, il desiderio di una svolta? Nello spazio che si apriva con la guerra deve aver individuato un’opportunità.
E’ possibile dice Gianni Oliva che, se l’Italia non fosse entrata in guerra, avrebbe potuto reclamare Trento e Trieste in cambio della neutralità, altro che interventismo. Non avere un fronte dalla parte Italiana ci avrebbe assicurato una certa generosità da parte Austriaca.
Nel dopoguerra i programmi del Partito Comunista e quello dei Fasci erano del tutto simili: anti clericalisti, anti monarchici. Anti capitalisti-contro l’accumulazione avvenuta durante la guerra. “Anche oggi si parla di superprofitti” (osserva Oliva). I comunisti volevano la requisizione dei profitti, i Fasci anche, sia pure con più moderazione. La differenza: per la destra sta nel suprematismo e nella difesa dei confini, per la sinistra nella visione di un futuro per il popolo. Obiettivo comune, distruggere lo Stato liberale: che rimane indifferente.
In guerra c’erano oltre 5 milioni di uomini: non c ‘era famiglia che non avesse un figlio, un marito un parente, lassù. Tutti volevano essere informati sugli eventi. Le donne avevano sostituito i maschi di casa: lavoravano nelle fabbriche, portavano la posta, si occupavano dell’azienda familiare. Nel tempo escono dalla tutela dei mariti. Incominciano a porre la richiesta del voto.
Le elezioni diventano un fatto fondamentale: prima votavano le élite, su piccoli collegi, prevaleva più il salotto con il suo linguaggio aulico e temperato. Dopo la guerra prevalgono socialisti e fascisti, gente abituata a stare nelle piazze, gente da comizio virulento. Il programma di entrambi è anti-capitalista, improntato a un piglio forte, autoritario. I socialisti proclamano la dittatura del proletariato. Non sono da meno dei fascisti. Nemico comune la democrazia.
E’ guerra civile. L’occupazione delle fabbriche (1920), avvenuta a seguito delle rivendicazioni dei lavoratori, non aveva dato i risultati sperati, Il governo Giolitti non aveva ordinato lo sgombero forzato e la protesta si sgonfia. La dittatura del proletariato non ci sarà.
La monarchia e la classe dirigente capiscono che sarà più conveniente per la loro causa appoggiarsi alla destra.
Mussolini conquista il potere e lo fa indubbiamente con metodi democratici: il voto è un plebiscito. Subito Mussolini capisce che il popolo va “sedotto”. Il modello è autoritario (la violenza), basato sul controllo dell’Informazione (è ora disponibile la radio). E della Formazione: dai balilla, ai soldati di domani, libro e moschetto, alla grandezza della guerra. Quando farà l’annuncio dell’entrata in guerra troverà l’approvazione entusiastica di milioni di giovani. Molti di coloro che avevano osteggiato il regime diventano suoi sostenitori.
Anni ’60 -70. Il boom economico, il frigorifero, il figlio dottore, la Vespa e la 600. La casa di proprietà.
Eppure permangono arretratezze culturali: i ragazzi del Liceo Parini, storica elite culturale milanese, vengono processati per un’inchiesta sui rapporti prematrimoniali delle studentesse.
Il delitto d’onore. Eppure movimenti extraparlamentari di destra e di sinistra lamentano una eccessiva debolezza dello Stato nel portare avanti la rivoluzione culturale iniziata nel ’68. Così i nemici della democrazia cercano di creare qualcosa di drammatico per segnalare l’incapacità dei governi a parlare con quelle generazioni.
Oggi. Oggi, a guardare le posizioni dei partiti ci si accorge che ci sono delle strane confluenze; per esempio che chi ritiene che sia sbagliato sostenere l’Ucraina sono sia un partito che sta all’opposizione in modo continuo (5 Stelle) e sia uno che sta nella maggioranza, come la Lega di Salvini.
Oggi. Si parla di sicurezza. La “sicurezza” colpisce coloro che soffrono il maggior disagio. E non c’è una vera proposta di sicurezza ma la certezza della paura. Se davvero i proclami dovessero portare a dei provvedimenti sarebbe il caos. Immaginiamo la remigrazione di centinaia di migliaia di immigrati.
Oggi vediamo manifestazioni giovanili all’insegna dello slogan “insieme famo paura”: senza bandiere e senza progettualità. Rabbia, paura del futuro. Vediamo città devastate e città blindate e ma anche altri manifestanti che si schierano con la Polizia per difendere la città dai vandalismi.
Il rischio è che qualcuno riesca a cavalcare le istanze ma non in vista di un progetto bensì alla ricerca di un nemico.
Gianpaolo Nardi
gianpaolon@vicini.to.it
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