“I pubblici atti e le leggi sono scritti in una cotal lingua bastarda, che le ignude frasi suggellano la ignoranza e la servitù di chi le detta”. Ugo Foscolo
Titolo azzeccatissimo nella sua semplicità, per l’ intervento di Gianrico Carofiglio al festival Internazionale dell’Economia.
L’ex magistrato parte dall’assioma che le parole possano chiarire o confondere, costruire realtà condivise o generare illusioni tossiche.
Dovere imprescindibile dell’etica pubblica dovrebbe essere quello di usare un linguaggio chiaro e comprensibile, evitando di manipolarlo al solo scopo di renderlo incomprensibile ai non addetti ai lavori e mantenere in questo modo una sorta di superiorità e quindi potere su di essi.
Gli esempi riportati sono molteplici, alcuni quasi divertenti per la disinvoltura con la quale vengono usati termini atti ad intimidire l’interlocutore.
Ovviamente la politica la fa da padrona, per quanto anche il linguaggio usato per esempio in campo medico sia spesso volto a creare soggezione tra dottore e paziente, con immaginabile disagio in quest’ultimo già spesso in stato apprensivo.
Ma tornando alla politica, ricorda Gustavo Zagrebelsky che “ Uno dei pericoli maggiori per la democrazia é il linguaggio ipnotico che seduce le folle”.
Gli esempi non mancano, quasi sempre a capo dei grandi movimenti totalitari si sono avuti personaggi che maneggiavano abilmente il linguaggio, abbondantemente dotati di senso della metafora e convinti, come spiega Hanna Arendt nelle “Origini del totalitarismo” che la gente può essere indotta ad accettare le frottole più fantastiche.
Insomma chiunque ambisca al comando sa che la parola, usata sapientemente o resa incomprensibile, fino ad un certo punto fa dimenticare i fatti.
Il tempo necessario appunto per accedere al potere. Quando i fatti cominceranno a farlo scricchiolare, bisognerà inventare altre parole da sostituire alle vecchie.
Un linguaggio chiaro e comprensibile pone le parti ad un livello paritario che é tutt’altro che funzionale al tipo di politica che si sta affermando negli ultimi tempi che, complici anche le ambiguità linguistiche, è sostanzialmente antidemocratica.
La chiarezza della lingua dovrebbe essere un requisito di tutti i tipi di comunicazione che abbiano una destinazione pubblica. Prima di tutto, ovviamente la scrittura istituzionale, politica, amministrativa, giuridica in senso stretto; ma anche quella professionale praticata in altri campi, l’azienda, il giornalismo, l’accademia.
L’intervento di Carofiglio termina con un divertito accenno al Lodo Alfano, situazione in cui la parola Lodo, (che indica una decisione arbitrale fondata sull’equità) fu usata impropriamente per designare leggi costruite su misura per proteggere individui potenti dai processi. Chiamarle lodi invece che leggi ad personam è stato pura manipolazione: la parola evocava imparzialità e saggezza, nell’immaginario una qualche attinenza alla positività della parola Lode , senza avere con essa nessun rapporto.
Infine, un rimando alla più celebre frase del marchese del Grillo: “Io son io e voi non siete un…*” ( dove la parolaccia viene censurata dal traduttore simultaneo che la sostituisce con: Io sono io e voi non siete un gatto). Irresistibile.
Per approfondimenti:
Gianrico Carofiglio
Con parole precise. Manuale di autodifesa civile
Feltrinelli 2025
Giulia Torri
giuliat@vicini.to.it
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