Il 2 aprile non è solo una data sul calendario, ma un invito collettivo ad osservare la realtà da un altro punto di vista. La Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, non punta semplicemente a far “conoscere” l’autismo, ma suggerisce di guardare il mondo anche attraverso gli occhi di chi, l’autismo, lo vive ogni giorno.
Il disturbo dello spettro autistico non è una malattia da correggere, ma una condizione del neurosviluppo che accompagna la persona per tutta la vita. È un modo differente di percepire stimoli, relazioni e comunicazione. Proprio perché è uno spettro, non è mai uguale: cambia, si sfuma e si declina in modi diversi in ogni persona.
Eppure, per troppo tempo, il racconto dell’autismo è stato incompleto. I dati ci dicono che circa una persona su cento è nello spettro, ma dietro questi numeri si nasconde una realtà più complessa: le donne sono ancora oggi sottodiagnosticate, mentre negli uomini la diagnosi risulta generalmente più semplice. Molte ragazze imparano fin da giovani a osservare e imitare i comportamenti sociali, mascherando le proprie difficoltà. Questo fenomeno, noto come “masking”, può renderle invisibili agli occhi della diagnosi, con conseguenze profonde: senso di isolamento, fatica emotiva, diagnosi tardive. È una storia silenziosa, che solo negli ultimi anni sta iniziando ad emergere.
Parallelamente, sta cambiando anche il modo in cui parliamo di autismo. Il concetto di neurodiversità ha aperto una nuova strada: non più una visione centrata sul deficit, ma sulla differenza. Una differenza che può includere difficoltà, certo, ma anche doti uniche, come attenzione ai dettagli, memoria visiva e capacità di pensiero non convenzionale.
Questo cambio di sguardo si riflette anche nei simboli. Per anni l’autismo è stato associato al pezzo di puzzle blu, un’immagine oggi sempre più messa in discussione perché suggerisce qualcosa di “mancante” o da “completare”. In effetti il simbolo scelto dalle persone autistiche è quello dell’infinito multicolore, che racconta meglio la realtà dello spettro: ricca di sfumature, unica in ogni individuo e impossibile da racchiudere in un’unica definizione.
Anche i media e l’intrattenimento stanno contribuendo a questo cambio di narrazione. Alcuni programmi televisivi firmati Rai sono pensati per bambini, come “Pablo”, che racconta le avventure di un bambino autistico di 5 anni e mezzo che, grazie ai suoi “amici d’arte” nati dai suoi disegni, riesce a comprendere ciò che lo circonda e a gestire le emozioni. Allo stesso modo, “Il mondo di Leo” narra la storia di Leo e del suo fedele peluche Babù, insegnando ai bambini a gestire imprevisti ed emozioni, con un approccio pensato per la neurodiversità. Anche produzioni più famose a livello internazionale, come “Il Trenino Thomas”, hanno introdotto personaggi autistici, come Bruno il carro frenatore, portando un messaggio inclusivo e mostrando come la diversità possa essere parte integrante delle storie.
Ma la vera sfida non riguarda i simboli o i programmi televisivi: riguarda la società. Le difficoltà che molte persone autistiche incontrano derivano, soprattutto, da ambienti che non sanno adattarsi. Rumori eccessivi, comunicazioni ambigue, rigidità nei contesti scolastici e lavorativi possono trasformare la quotidianità in un ostacolo continuo.
Ecco perché parlare di inclusione non è retorica, ma responsabilità. Significa ripensare gli spazi, i tempi, i modi di comunicare. Significa, soprattutto, ascoltare. Le persone autistiche non hanno bisogno di essere “aggiustate”, ma di essere comprese.
L’ONU, che nel 2007 ha istituito questa giornata, ci ricorda ogni anno che i diritti non sono negoziabili, ma la consapevolezza, da sola, non basta: deve tradursi in azioni concrete, quotidiane.
Forse la vera domanda non è come “integrare” l’autismo nella società, ma come trasformare la società stessa in modo da accogliere ogni individuo. Perché è nella diversità che risiede una delle risorse più preziose dell’umanità.
E allora, il 2 aprile, più che accendere una luce blu, possiamo fare qualcosa di ancora più potente: cambiare prospettiva.
Silvia Destro
silviad@vicini.to.it
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