“Puoi portare il cavallo all’acqua ma non puoi obbligarlo a bere”

 

Antico Proverbio Anglosassone

L’arte di guardare: tra fotografia e grafica

Harry Gruyaert e Werner Jeker raccontano il loro rapporto con l'immagine.

Con l’apertura della nuova stagione espositiva di CAMERA, abbiamo incontrato due protagonisti della cultura visiva contemporanea: il fotografo belga Harry Gruyaert e il graphic designer svizzero Werner Jeker. Due percorsi differenti ma accomunati dalla stessa attenzione per il potere delle immagini: da una parte la ricerca fotografica attraverso il colore, dall’altra il lavoro grafico che rende le fotografie accessibili e riconoscibili al pubblico.

Signor Gruyaert, cosa significa il colore nel suo lavoro?

«Per me il colore è qualcosa di fantastico. Più attraente, più creativo del bianco e nero. Quando ho iniziato c’erano pochi riferimenti. Il colore non era soltanto una moda, ma un punto di vista artistico. Mi eccita lavorare con il colore perché, da un punto di vista fisico, permette di creare nuove forme di espressione.»

Da dove nasce questa attenzione per il colore, in un’epoca in cui quasi tutti i grandi fotografi lavoravano in bianco e nero?

«Non ho avuto molti riferimenti fotografici. La mia educazione è venuta soprattutto dalla pittura e dal cinema. Sono rimasto affascinato dal film “Il deserto rosso” di Antonioni e dal modo in cui i colori trasformavano i luoghi. Anche i fotografi americani sono stati una scoperta importante.»

Perché fotografare uno schermo televisivo?

«Era il 1972, l’inizio della televisione a colori. Mi piaceva la struttura dello schermo e mi divertivo a giocare con l’antenna e con i segnali per ottenere colori diversi. Ho fotografato le Olimpiadi in questo modo. Probabilmente è stato il mio lavoro più sperimentale.»

Dopo tanti viaggi e decenni di fotografia, cosa cerca ancora quando guarda attraverso l’obiettivo? Quando scatta riconosce subito quel momento o lo scopre soltanto riguardando le immagini?

«I luoghi mi attraggono e io sono attratto dai luoghi. È qualcosa di magnetico, c’è un mistero. Cerco sempre di creare una composizione partendo dal caos. A volte penso di aver fatto una grande fotografia e poi cambio idea. Altre volte una fotografia che non mi convinceva diventa importante. È sempre complicato.»

Una risposta che forse riassume l’intera carriera di Gruyaert: la fotografia come ricerca continua, guidata dall’istinto, dalla luce e dalla forza inesauribile del colore.

Se Gruyaert racconta come nasce un’immagine, Werner Jeker spiega invece come quell’immagine possa essere valorizzata, comunicata e portata all’attenzione del pubblico. Da oltre quarant’anni il graphic designer svizzero lavora a stretto contatto con il mondo della fotografia.

Signor Jeker, da dove nasce il suo rapporto con la fotografia e come ha imparato a valorizzarla all’interno dei suoi progetti grafici ed editoriali?

«All’inizio volevo fare l’illustratore. Poi ho iniziato a lavorare nella stampa e lì ho imparato cosa significano davvero le immagini. C’erano il testo, la struttura della pagina, la composizione grafica. È stato lì che ho iniziato a capire come un’immagine possa dialogare con tutto il resto.»

Come è avvenuto il passaggio dal lavoro nel mondo delle riviste alla progettazione di manifesti, in particolare per il settore culturale?

«Lavorando per la stampa ho costruito una rete di contatti. A Losanna ho conosciuto una giornalista che era anche collezionista di fotografia e mi ha affidato il mio primo incarico per il Musée de l’Elysée. Da lì è iniziato tutto.»

Come è riuscito a instaurare un rapporto di fiducia con fotografi spesso molto protettivi nei confronti delle proprie immagini?

«Semplice: spesso non li vedo nemmeno!» scherza. «Ho sempre avuto un grande rispetto per il loro lavoro e un forte senso dei ruoli. Il mio obiettivo è sempre stato valorizzare il lavoro del fotografo. Mi considero quasi come colui che porta il menù, mentre il fotografo è il grande chef. Il mio compito è attirare il pubblico verso la sua opera.»

Nei suoi lavori nasce prima l’immagine o l’idea grafica che la organizza? Un manifesto deve lasciare spazio all’ambiguità o alla curiosità?

«Nasce assolutamente prima l’immagine… Perché la grafica sono io! Ma è l’immagine che conta. Una buona locandina deve essere compresa rapidamente ma deve anche lasciare spazio alla curiosità. Sempre.»

Che cosa può fare oggi un manifesto che un’immagine sui social non riesce a fare?

«Oggi imposto i progetti pensando già al telefono. Molto del lavoro è destinato ai social media e agli schermi. Non si stampano più centinaia di manifesti come una volta. L’immagine deve funzionare dappertutto: sul muro, sul telefono e online. È semplicemente l’evoluzione dell’informazione.»

Quando ha visto il lavoro di Harry Gruyaert, che cosa l’ha colpito?

«La scelta del colore. Nelle sue fotografie il colore non è semplicemente presente: è il protagonista assoluto dell’immagine.»

 

Silvia Destro

silviad@vicini.to.it

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