“La cultura non è patrimonio di pochi, è un flusso che nutre la comprensione del mondo.”

Umberto Eco

 

Annalisa Lantermo, il lavoro al cinema

Intervista all’ideatrice del Job Film Days

Non sono mai abbastanza gli strumenti per sensibilizzare sui temi del lavoro: dai diritti, alla sicurezza, alla necessità di comprenderne i cambiamenti in un mondo in continua e vorticosa trasformazione. Ne è convinta Annalisa Lantermo, medico del lavoro e appassionata cinefila, che nel 2020 ha dato vita al Job Film Days, il festival torinese dedicato al rapporto tra cinema e lavoro. E proprio il cinema, attraverso le storie che racconta, può contribuire a tenere alta l’attenzione su questi temi.

Direttrice, possiamo considerare il festival una delle eccellenze torinesi?

Nata nel 2020, la rassegna è cresciuta nel tempo: siamo partiti con tre giornate, poi siamo arrivati a sei-sette. Mette insieme il mondo del cinema e quello del lavoro, nazionale ma anche internazionale. Sul tema del lavoro, in Italia, è sicuramente il festival più importante. Ci sono altri piccoli festival, ma di durata e di impegno minori.

Come è arrivata all’idea di unire il mondo del cinema e quello del lavoro?

Come medico del lavoro ho sempre lavorato sui problemi e sulla prevenzione dei rischi negli ambienti professionali. Dall’altra parte sono una grande appassionata di cinema e a un certo punto l’idea di unire queste due realtà mi è sembrata molto interessante. Il primo passo è stato coinvolgere il Museo del Cinema, che ha creduto subito nel progetto.

E il mondo del cinema come ha risposto?

C’è stata una buona accoglienza. Abbiamo coinvolto operatori del settore: critici, selezionatori di altri festival, specialisti della comunicazione cinematografica. Era fondamentale avere persone qualificate del settore. Poi sono nate diverse collaborazioni: oltre al Museo, con Film Commission, con associazioni come l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa d’Ivrea e la Cineteca Nazionale.

Tra i Paesi che producono cinema sul lavoro, la Francia sembra distinguersi per quantità e qualità. C’è una maggiore attenzione a questi temi?

Sì, sicuramente. In Italia la produzione di questo tipo di film è molto bassa ed è andata progressivamente scemando negli anni. La Francia, invece, è sempre stata, e lo è tuttora, particolarmente attenta, i prosotti realizzati sono numerosi e di qualità. E non si tratta soltanto di documentari; ci sono molti film di finzione, comprese le commedie. Riescono a trattare temi importanti attraverso forme cinematografiche diverse. Poi ci sono naturalmente altri Paesi, come la Corea, gli Stati Uniti, la Germania e la Spagna. Ma la Francia è sicuramente il nostro punto di riferimento.

E il vostro pubblico? Negli anni sta crescendo?

Sì, sta crescendo. Il nostro obiettivo è raggiungere i cosiddetti cinefili, gli appassionati. Nei festival tematici passa sempre un po’ l’idea che siano festival sull’argomento e non tanto di valore cinematografico. Noi invece vogliamo andare in una direzione diversa e quest’anno abbiamo delle chicche veramente notevoli.

E’ importante evitare una rappresentazione del lavoro soltanto come fatica, frustrazione o disagio?

Sì, assolutamente. Il cinema raccoglie la realtà e oggi quella del lavoro non è certo positiva nella maggior parte dei casi. Noi cerchiamo però di proporre anche film che offrano una prospettiva diversa. Per esempio, il film della serata conclusiva, Ulisse di Letizia Lamartire, racconta una famiglia che cerca di aiutare un ragazzo in difficoltà a inserirsi nella vita e nel lavoro, con un esito positivo. È un aspetto a cui teniamo molto.

Avete previsto attività e iniziative specificamente rivolte ai giovani e alle scuole.

Questo è un filone importante: i giovani sono il futuro, vogliamo far conoscere loro il cinema e, attraverso il cinema, farli riflettere sul mondo del lavoro. Abbiamo diverse iniziative rivolte alle scuole superiori e alla formazione professionale, con proiezioni mirate e film scelti per quella fascia d’età. Perché, se vuoi avvicinare i giovani al cinema, devi anche proporre film che possano interessarli, altrimenti non vengono più!

Perché è importante proporre ai giovani una narrazione diversa del lavoro?

C’è sempre più l’idea del lavoro come peso, come fatica, come obbligo. Ed è un aspetto su cui bisogna riflettere, perché i giovani hanno davanti una vita intera. Il cinema può aiutare a raccontare il lavoro in maniera più ampia, non soltanto come qualcosa da cui liberarsi o che porta necessariamente frustrazione e disorientamento.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

 

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